libere proposte per conoscere più intimamente Dio
Al di là della Preghiera
La vera Sapienza non è di questo mondo, in quanto viene dal Padre della gloria. La vera Sapienza, affermano già i primi scrittori ecclesiastici, è rimasta nascosta nel cuore del Padre e alla pienezza dei tempi l’ha rivelata il Signore Gesù Cristo.
Dopo l’incarnazione del Figlio di Dio lo Spirito Santo si effonde liberamente su ogni uomo, secondo la promessa divina del libro di Gioele[1]. Promessa ripresa da Cristo prima della sua Ascensione e pienamente realizzata il giorno della Pentecoste. Da quel giorno ogni uomo per grazia di Cristo e nel vigore dello Spirito Santo diventa capace di esprimere con i gesti della sua vita la Sapienza divina.
Si perché la Sapienza è un dono ineffabile, che discende in noi per l’opera insostituibile dello Spirito Santo.
Accenniamo subito alla sublime realtà che l’uomo inebriato dalla Sapienza divina non prega più, in quanto non percepisce più la sua alterità[2] da Dio, vive di Lui ed afferrato dalla sua potenza, appartiene ormai totalmente alla Divinità, non parla più a Dio, ma esprime le parole di Dio. Vale a dire, dona la sua voce, le sue membra alla potenza del Signore: il dialogo si spegne e dà luogo all’amore unitivo e contemplativo.
Chi incontra un tale uomo, incontra ormai un uomo di Dio.
Dobbiamo guardare al mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio non solo come necessaria alla nostra redenzione e riconciliazione ma anche come discesa della Divinità in seno all’umanità, dando a noi, per grazia, la possibilità di incamminarci verso Dio fino a possederlo [possesso delimitato dalla nostra capacità di acquisizione] nella gloria.
A causa, infatti, dell’incarnazione di Cristo la natura umana è stata dotata di una capacità nuova, che si realizza in una nuova creazione (una nuova nascita). Quando questa nuova creazione (ri-creazione) raggiunge la sua pienezza, entriamo in quello stato d’unione a Dio che già gli antichi scrittori ecclesiastici esprimevano con il termine “divinizzazione”[3], perché il Figlio di Dio “divenne uomo affinché noi fossimo deificati”.
L’unione a Dio, nel momento presente, significa la continua trasformazione della nostra esistenza in una vita secondo loSpirito che noi compiamo nella fede, ogni giorno e ogni ora, in base alla volontà di Dio e alle esigenze del Regno, proclamate dall’Evangelo.
Nel decorso della nostra esposizione abbiamo ripetuto che la preghiera è arte e come ogni espressione artistica va al di là di se stessa, delle parole che la compongono, della bellezza che esprime. L’incanto della preghiera è condurci nel mondo dell’amore, dove i parametri della logica svaniscono e subentra la vera libertà, la libertà dello Spirito.
Ammiro un quadro: quelle linee, quei colori mi conducono a gustare una gioia, che è solo mia, neppure l’autore ha vissuto quei miei irripetibili momenti. Chi mi vede, vede forse un uomo diverso, reso tale dalla felicità che dona la bellezza, tuttavia non potrà mai scorgere ciò che c’è nel mio spirito né l’intensità delle mie emozioni, né io posso comunicargliele. Posso soltanto aiutarlo a saper leggere quel quadro, a scoprirne i più nascosti dettagli; ma la fruizione artistica dipende unicamente da lui, dalla sua sensibilità, da quanto ha affinato il suo cuore.
Posso pormi davanti a Dio in scienza e conoscenza, intravedere la sua santità e la sua bontà, sapere che Egli è la perfezione assoluta, che è al di là di tutte realtà in quanto è il Creatore dell’universo con tutti i misteri ch’esso racchiude e che cerco a fatica di svelare e comprendere.
Posso dire di Dio gli attributi più affascinanti e più veri, ma Dio può rimanere per me nel suo Cielo, anzi nel settimo Cielo. Soltanto quando la mia contemplazione addiviene fruizione artistica del mistero posso raggiungere quell’immagine di Dio, dove il bello, il giocoso, il fluido incontrano Iddio che crea.
Non c’è creazione, molteplicità di esistenze, senza la divina gioia di comunicarsi. La Creazione è la celebrazione e la condivisione della felicità divina che chiamiamo beatitudine. Iddio, che possiede l’infinita perfezione dell’essere, abbraccia anche una felicità ed una gioia assolute.
In Dio c’è movimento e vita.
All’interno di se stesso: la Trinità.
Al di fuori: il creato.
Nella nostra visione di creature Dio è principalmente un artista creativo.
Il grande simbolo di Dio non è una roccia inerte, ma una roccia che rotola e colpisce la statua dell’egoismo e la sua presenza è raffigurata nel roveto ardente di Oreb.
La beatitudine appartiene a Dio in modo supremo. Per comprendere, però, la divina felicità, il predicatore deve scendere dal suo pulpito e giocare con i bambini sul pavimento, poiché “Se non vi convertirete e non diventerete come bambini, non potrete entrare nel Regno di Dio” (Mc 10: 15; Lc 18: 17).
L’apostolo Paolo nella 1ª lettera ai Corinzi ci parla del pensiero intimo di Dio, la perfetta sapienza che noi possiamo acquisire nella misura che i suoi Pensieri diventano sempre di più i nostri pensieri, la Verità di Dio la nostra verità, il suo Amore il nostro amore. Questa sapienza, dono dello Spirito, sorpassa talmente la nostra mente da apparire follia agli occhi dei “ben pensanti”.
Lo spirito del mondo non può incontrare lo Spirito di Dio, poiché Dio giudica anche le realtà mondane sotto l’aspetto spirituale.
Riportiamo le sublimi parole dell’apostolo:
“Tuttavia, a quelli tra di voi, che sono maturi,
esponiamo una sapienza, che non è di questo mondo
né dei dominatori di questo mondo, i quali stanno per essere annientati [4];
esponiamo, cioè, la sapienza di Dio misteriosa
e nascosta, che Dio aveva, prima dei secoli [5],
predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo
ha conosciuta; perché, se l' avessero conosciuta,
non avrebbero crocifisso il Signore della gloria [6].
Ma com' è scritto: «Le cose che occhio non vide, e che orecchio non udì,
e che mai salirono nel cuore dell'uomo,
sono quelle che Dio ha preparate per coloro che lo amano [7]».
(1 Corinzi 2: 6-14).
La conoscenza entusiasta della realtà divina è preghiera, che, però, a questo livello supera se stessa, perché supera ogni corporeità, trascende l’uomo e la mente, entra in una meravigliosa dimensione spirituale, nella dimensione di Dio.
“Tutti furono presi da stupore e glorificavano Dio;
e, pieni di spavento, dicevano:
Oggi abbiamo visto cose straordinarie” (Lc 5: 26).
Esse, uscite, fuggirono via dal sepolcro,
perché erano prese da tremito e da stupore;
e non dissero nulla a nessuno, perché avevano paura” (Mc 16: 8).
“Lo Spirito del Signore fu su di lui [lo investì]”
(1 Samuele 10: 10; Numeri 24: 2).
“La mano del Signore si posò su di me” (Ezechiele 8: 1).
“Caddi, svenuto, con la faccia a terra” (Daniele 8: 18; 10: 9).
“Quest’uomo - se con il corpo o senza il corpo non lo so, lo sa Dio -
fu rapito fino al terzo cielo” (2 Corinzi 12: 2-3).
“... io fui nello Spirito” (Apocalisse 1: 10).
In tali sublimi esperienze, l’uomo è guidato dallo Spirito Santo, la propria libertà è assorbita dalla volontà dello Spirito, tanto che egli si pone liberamente e spontaneamente sotto la sua azione e le sue straordinarie manifestazioni.
È probabile che qualcuno si possa domandare: perché gli ineffabili segreti divini, che riguardano la conoscenza divina e il suo amore non derivino tutti dalla percezione dell’intelletto cosciente?
La risposta è nella natura stessa del nostro intelletto, che nel suo esercizio è legato all’immaginazione e alla logica e di per sé non può conoscere Dio, come Egli è. Dio, infatti, non può derivare da valutazioni materiali, immaginative o logiche. Ne consegue che, affinché Dio possa manifestarsi all’uomo, è inevitabilmente necessario che l’uomo vada al di là di tutto ciò che egli percepisce attraverso la vista, l’udito e gli altri sensi.
L’uomo deve trovare il suo silenzio interiore, per lasciare che Dio possa manifestarsi in lui. Possiamo chiamare questo silenzio: il silenzio dell’amore.
L’esperienza comprova che è certa la relazione tra quest’amore ardente, sovrabbondante e l’essere in Dio.
La grazia è all’origine di questo sublime stato dell’uomo.
Dio medesimo può andare alla “ricerca” dell’uomo, sorprenderlo improvvisamente e colmarlo di un’indicibile felicità e conoscenza.
Tenendo sempre presente il ruolo predominante della grazia si esige da parte dell’uomo spirituale un atteggiamento fiducioso alla volontà di Dio, un abbandono alla sua sovrana bontà, un completo distacco dal “mondo”[8] ed una totale rottura con il male.
“Siamo diventati, secondo le parole di Pietro,
partecipi della natura divina” (2 Pietro 1: 4).
L’unione a Dio è un’espressione, che rende conto di quel che Cristo domanda per noi al Padre:
“Siano anch’essi in noi una cosa sola”
(Gv 17: 21).
L’unione si deve comprendere allora come integrazione, anche se solo partecipativa, “d’adozione”, delle nostre persone nell’eterno rapporto filiale, che unisce il Figlio al Padre.
Quello, però, che sempre dobbiamo considerare, ogni volta che parliamo di unione a Dio, è la persona di Gesù Cristo: è attraverso la nostra fede ed il nostro amore verso di Lui che l’unione a Dio può concretizzarsi in noi, in quanto Lui ha già compiuto nella sua persona l’unione della divinità all’umanità e ce la comunica nel mistero del suo amore ineffabile.
Secondo la logica ristretta al campo del razionale l’unione dell’uomo con Dio entra nell’ambito dell’impossibile, ma valutata nella prospettiva dell’incarnazione è un dato reale e un fatto fruibile nell’esperienza dell’amore.
L’uomo aderisce al Signore, lo loda, lo cerca, l’esprime nella preghiera, che in questo grado d’unione, diventa immancabilmente espressione dello Spirito di Dio e del suo ineffabile pensiero.
Le intuizioni dei teologi della spiritualità sono state e sono effettivamente vissute da uomini e donne, che hanno fatto di Dio il fulcro e la realtà misteriosa di tutto il loro vivere: la preghiera in loro è palpito di Dio.
L’uomo, giunto a queste elevate visioni spirituali, non ha altre aspirazioni che vivere nell’intima unione con Dio.
L’uomo spirituale cerca Dio dappertutto, anche in mezzo alle più gravi occupazioni e preoccupazioni; si unisce a Lui e gode della sua presenza.
Dunque, la fondamentale condizione, per vedere Dio faccia a faccia nella gloria e intravederlo [come in uno specchio] nella vita attuale, è la purezza del cuore. Lontani, pertanto, da ogni doppiezza, dalla minima menzogna; potremmo pure ingannare gli altri, ma certamente né Dio né noi stessi.
“Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Matteo 5: 8).
L’uomo si ornerà come la Sposa dell’Apocalisse di virtù, che lo renderanno sempre più degno dello Sposo, la sua meditazione delle verità divine diverrà sempre più affettiva e l’orante possederà l’incanto della luce, perché pregare con Gesù è entrare nello splendore del Padre.
[1] “Dopo questo avverrà che io spargerò il mio Spirito su ogni persona: i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno; i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni” (Gioele 2: 28).
[2] Non parliamo di alterità ontologica, che riguarda l’essere; ma ci riferiamo soltanto al campo della conoscenza, l’uomo, cioè, guarda se stesso ed il mondo con gli occhi di Dio, nella misura che gli è possibile.
[3] Per scongiurare ogni malinteso, il concetto di divinizzazione (theopoiesis) non significa trasformazione della natura umana in natura divina, ma abilitazione della natura umana a vivere in comunione con Dio in un rapporto d’amore, che, se vissuto in pienezza e sincerità, ci porta a romperla con il peccato e ci rende “santi” vale a dire “cristiani”.
[4] L’apostolo Paolo, con tutta la chiesa primitiva, era convinto che presto sarebbe venuta la fine del mondo.
[5] Prima della creazione del mondo.
[6] Con tale affermazione Paolo ci dice che cos’è in realtà questa sapienza, che sarà rivelata solo a coloro che lo amano, è l’intima conoscenza del mistero della Trinità. Se, infatti, “ i dominatori di questo mondo” avessero conosciuto questo mistero, avrebbero capito che Gesù è veramente il Figlio di Dio e sarebbe così caduta l’accusa fondamentale, per cui hanno potuto richiedere la crocifissione.
[7] Isaia 64: 3.
[8] Non vorrei che ci fosse un malinteso, per mondo s’intende la creazione in quanto inquinata dal peccato.