libere proposte per conoscere più intimamente Dio
La Preghiera nel cuore dell’uomo
C’è una poesia di Quasimodo che ritengo ci possa aiutare ad entrare in quella atmosfera fortemente emotiva, richiesta da una riflessione sulla preghiera.
Il poeta immagina un pino che svetta verso il cielo, rimanendo, però, saldamente ancorato alla terra, affonda le sue radici fin nel profondo dell’abisso. Questo pino diventa così, quasi intermediario tra terra e cielo.
Tra le sue fronde, gli uccelli, notturni messaggeri, hanno costruito dei nidi; sia il batter d’ali sia i sommessi urli sono arcane parole di un mistero nascosto.
Come nel pino anche nel cuore del poeta c’è nascosto un nido. Ed egli sta nel silenzio della notte in ascolto d’una voce, che gli canta nel profondo.
In alto c’è un pino distorto;
sta intento e ascolta l’abisso
col fusto piegato a balestra.
Rifugio d’uccelli notturni,
nell’ora più alta risuona
d’un batter d’ali veloce.
Ha pure un suo nido il mio cuore
Sospeso nel buio, una voce;
sta pure in ascolto, la notte.
Pregare è, come il pino e il cuore del poeta, porsi tra Cielo e abisso e ascoltare un sommesso batter d’ali veloce e grida d’uccelli, parole che vengono dall’Alto per incontrarti.
Pregare vuol dire rivolgersi a Dio come a un Tu personale [1] e attendere ch’ Egli ci parli.
La preghiera è l’incontro tra due persone:
· la personalità di Dio.
· la dimensione personale dell’uomo,
che si concretizza nella sua capacità
di conoscenza, di libertà,
di autodeterminazione, di comunicazione,
di superarsi, di fare dono di se stesso.
Quando pensiamo a Dio come persona, dobbiamo, sì, pensare a tutte le prerogative umane, ma dobbiamo anche essere consapevoli che Dio le supera infinitamente tutte e inoltre possiede infinite altre prerogative:
Dio è l’ineffabile.
Nondimeno è possibile parlare con Dio, è possibile pregarlo in un rapporto: io -Tu.
Al contempo, però, dobbiamo avvertire tutta la sua grandezza,
scoprire la sua trascendenza
e restare stupiti davanti al suo mistero.
Percepiamo in tutta la sua drammatica realtà questa trascendenza divina nell’impatto scarno, ma estremamente incisivo e globale, che Geremia avverte nella sua vocazione, la quale, di certo, si presenta come uno dei più totalizzanti tra gli appelli che Dio può rivolgere alle proprie creature:
“Prima di essere formato nel seno materno
io ti ho scelto.
ti ho costituito profeta” (Geremia 1: 5).
Geremia, scelto da Dio, prima di iniziare il suo cammino vitale, esiste in quanto scelto, tutto il bagaglio della sua predicazione è in essere nella “mente” di Dio. Poi gli piomba addosso come un macigno.
Ed ecco il grido:
“Ahimè, Signore Dio, io non so parlare,
perché non sono che un ragazzo” (Ger 1: 6).
“Ahimè! Ahimè!
sono solo un ragazzo,
un pizzico di esistenza e di vita.
Come faccio a trasportare
questo macigno?”
È nel grido angosciante di Geremia che possiamo riconoscere il nostro grido, e avvertire l’invito all’intimità rivoltoci dal Signore: grido che, a volte, si fa pressante nella nostra vita.
C’è una parola, che viene espressa dal di dentro di noi.
Questa parola è la pietra, che è testata d’angolo:
immenso macigno
che possiamo abbracciare solo nella potenza e nella forza
dello Spirito.
Ahimè! ma il grido, ogni grido,
finché resta grido d’impotenza,
è niente, non serve.
Il riconoscimento della nostra impotenza deve addivenire preghiera.
Infatti:
Ø C’è un modo, un solo modo per varcare l’immenso abisso, l’eterna ed infinita distanza tra il nostro spirito e lo Spirito di Dio.
Ø Un modo, un solo modo per abbracciare la pietra, ch’è diventata testata d’angolo; macigno, che rotola incontro al nostro esistere.
Ø Un modo, un solo modo per vincere, per vivere al 100%:
Pregare gli uni per gli altri, affinché in noi si crei l’amore.
C’è la promessa di Gesù:
“Dove, due o tre o più
sono riuniti nel mio nome,
Io sono in mezzo a loro”(Mt 18: 30).
Se c’è Gesù, c’è l’Amore del Padre, donato all’uomo, c’è lo Spirito Santo, Spirito d’Amore.
Pregare, perché? Che cosa succede in noi? Ascoltiamo il profeta Ezechiele:
“Darò loro un cuore diverso.
Infonderò in essi uno Spirito nuovo,
rimuoverò il cuore di pietra da loro
e metterò dentro di loro un cuore di carne”
(Ezechiele 11: 19).
Questo versetto va visto nella sua collocazione comunitaria.
Dio si forma un popolo, raccogliendolo fra le nazioni, dove era stato disperso.
E il popolo di Dio si distinguerà dal suo cuore:
Un cuore di carne: un cuore permeabile, un cuore vivo,
un cuore che palpita, un cuore che sente, un cuore sensibile.
È con un cuore di carne che sappiamo udire i gemiti inenarrabili dello Spirito Santo.
Un modo di essere e di pregare straordinari
Ascoltiamo ciò che afferma l’apostolo Paolo in Romani 8: 26:
“Allo stesso modo, ancora, lo Spirito
viene in aiuto alla nostra debolezza,
perché non sappiamo pregare
come si conviene;
ma lo Spirito intercede Egli stesso per noi
con sospiri ineffabili”
Se tu concepissi lo Spirito Santo come un influsso, una forza, faresti e desidereresti quello che voleva Simon Mago. (Cfr. Atti 8: 14 - 24).
In pratica tu vorresti servirti della potenza dello Spirito.
Se tu invece cominciassi a pensare che lo Spirito Santo sia una persona, tu allora cominceresti a chiederti:
“In qual modo lo Spirito Santo
può prendere possesso di me
e servirsi della mia persona
per compiere
le sue opere meravigliose?”
Che varco incolmabile tra queste due posizioni!
Ricordiamo il grido del profeta Geremia:
“Ahimè, Signore Dio, io non so parlare,
perché non sono che un ragazzo” (Geremia 1: 6).
Ma, sì, che sai parlare!
È sufficiente che permetti a Dio di venire in te, di prendere possesso della tua vita, di parlare
al tuo cuore e con il tuo cuore:
sarà Lui a parlare con le tue labbra, con tutti gli atteggiamenti del tuo essere.
[1] Parlare di Dio in terza persona, può essere riflessione, teologia, predicazione, ma non preghiera.