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19 ottobre 2012 5 19 /10 /ottobre /2012 12:41

Preghiera  e  Deserto

 

Il Salmo 107 ci trasporta nella sua risonanza evocativa all’evento del deserto, dove i riscattati dalla bontà del Signore celebrano la sua bontà ed il suo provvidente amore.

 

Il deserto è fare i conti con l’essenzialità dell’esistenza: molte cose che a noi sembrano indispensabili, nella situazione che si esperimenta nel deserto, diventano inutili anzi spesso soffocano e non permettono il procedere verso la meta.

 

Leggiamo i primi nove versetti di questo Salmo:

 

“Celebrate il Signore, perché Egli è buono,

perché la sua bontà dura in eterno!

Così dicano i riscattati del Signore,

ch’Egli liberò dalla mano dell' avversario

e riunì da tutti i paesi, da oriente e da occidente,

da settentrione e da mezzogiorno.

Essi vagavano nel deserto per vie desolate;

non trovavano città dove poter abitare.

Soffrivano la fame e la sete,

l' anima veniva meno in loro.

Ma nella loro angoscia gridarono al Signore

ed Egli li liberò dalle loro tribolazioni.

Li condusse per la retta via,

perché giungessero a una città da abitare.

Celebrino il Signore per la sua bontà

e per i suoi prodigi in favore degli uomini!

Poiché Egli ha ristorato l' anima assetata

e ha colmato di beni l' anima affamata”.


Le richieste che innalziamo in questo Salmo a Dio, toccano i bisogni primari della sopravvivenza: il poter vivere diventa autentica ed essenziale preghiera.

Nondimeno, in ogni coinvolgente esperienza di preghiera, in quanto pregare è saper guardare verso gli orizzonti del vivere o negli abissi formidabili del Cielo, c’è sempre lo scontro con il deserto, che con la sua forza, al contempo, esalta e sconcerta.

 

Entrare nel deserto, infatti, significa entrare nella provvisorietà, nel bisogno e nel cammino, per aprire il proprio spirito ai grandi ideali.

Vivere per conseguire una meta.

 

Ad esempio, per gli Ebrei, il deserto è stato l’intermezzo tra il primo passo, quello della partenza dall’Egitto “uscire” e l’ultimo, quello dell’arrivo, cioè “entrare” nella terra promessa.

 

Sotto il simbolo-realtà del deserto si nasconde una componente ineliminabile d’ogni “uscire ed entrare”, il tempo che intercorre tra un momento e l’altro, il tempo di mezzo.

 

deserto.jpg Il deserto come realtà intermedia è  ricorrente     nella nostra esperienza umana.

 

  È il fidanzamento, tempo intermedio tra un incontro, tra un ideale, e la sua piena realizzazione.

 

Guai, però, se il fidanzamento diventasse solo attesa!

Esso è approfondimento di conoscenza reciproca, di amore e di odio, di maturazione interiore.

 

 

Il deserto indica, pertanto, il cammino: un cammino fatto di azioni concrete, non di parole, verso un futuro ideale.

 

Ciò è valido anche nel piano politico. Ad esempio il sistema, vagheggiato da Marx, è costituito dall’uscire dalla situazione precedente (sfruttamento del proletariato), e, attraverso la lotta di classe,    costituita dalla dittatura del proletariato, per giungere (entrare) al vagheggiato paradiso in terra.

 

In tale situazione di “uscire ed entrare” si denota anche l’esperienza sociologica della migrazione   coi relativi trapassi di cultura e di mentalità; problema quanto mai attuale.

 

L’uscire e l’entrare ha inoltre, un valore esistenziale, quando descrive le scelte di vita di una persona, che lascia una situazione, magari accettata e amata, per impegnarsi in un’avventura, in un’impresa rischiosa.

 

Infine l’uscire ed entrare contiene l’aspetto religioso della conversione, che è passaggio dal peccato alla grazia, e della vocazione, che è una partenza, un andare per una missione.

 

C’è un pericolo nell’andare nel deserto: dimenticare che ci troviamo nella provvisorietà, dimenticare che è un periodo d’instabilità, che deve tendere all’ideale propostoci.

 

C’è, in altre parole, nel deserto, la tentazione di adagiarsi sul provvisorio e, subendone il fascino, crederlo definitivo. Se ci accadesse ciò, la nostra preghiera diventerebbe espressione di un cuore chiuso ai piccoli avvenimenti d’ogni giorno, ricerca senza speranza.

 

La preghiera nel deserto, invece, è una preghiera, che si apre ai grandi ideali, che cerca la Gerusalemme celeste, l’incontro con il Padre, nel Santuario del Cielo.

 

L’uomo, nel deserto, essendo proteso verso le necessità fondamentali, l’acqua e il cibo, dimentica le sovrastrutture e gli pseudo-problemi e diventa persona essenziale, pronta a cogliere la sostanza e la verità delle cose.

 

Se dubitare denota sempre una mancanza di fede, nel deserto, dubitare è già “contendere con il Signore”.

Attenzione! Il lamento che Israele eleva a Dio, il soffocato lamento di Elia, che sotto la ginestra vuole lasciarsi morire, sono eventi, che sorgono dall’aver fatto del deserto, non un cammino, ma una opzione di vita. 

Il lamento è sempre costituito dagli elementi delle pretese umane:

 

·        Il solito interrogativo radicale: perché?

 

·            Si deforma il sentiero, che ci porta verso Gerusalemme.

Esso è un sentiero verso la vita, la gioia, al contrario ecco il lamento: “Ci ha fatto uscire dal paese d’Egitto…per farci morire”.

 

·       Si finisce nella disperazione, nella rinuncia: “Magari fossimo morti!”

 

Quando, invece, la scelta di camminare con Dio è esplicita, l’itinerario nel deserto si trasforma in un andare gioioso, che porta l’uomo dai meandri della vita, in cui si trova disperso, alla sua indimenticabile Gerusalemme.

 

Il libro di Isaia esalta il ritorno degli esiliati di Babilonia come un passaggio esodico tra valli fiorite e paesaggi verdeggianti.

 

Il deserto dell’esistenza umana, questo stadio intermedio tra l’uscire e l’entrare, può essere percorso da una corrente di vita e di gioia.

I vocaboli della felicità si accavallano sulle labbra del profeta.

Questa gioia sarà nostra, ne faremo intima esperienza, se personalmente accettiamo il Signore nella nostra vita, se Dio diventa davvero il nostro interesse supremo, il nostro supremo Amore.

 

“Il deserto e la terra arida si rallegreranno,

la solitudine gioirà e fiorirà come la rosa;

si coprirà di fiori, festeggerà con gioia e canti d' esultanza;

le sarà data la gloria del Libano, la magnificenza del Carmelo e di Saron.

Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio.

Fortificate le mani infiacchite, rafforzate le ginocchia vacillanti!

Dite a quelli che hanno il cuore smarrito: «Siate forti, non temete!

Ecco il vostro Dio! …Verrà Egli stesso a salvarvi!»

……………………………

I riscattati dal Signore torneranno,

 verranno a Sion con canti di gioia;

una gioia eterna coronerà il loro capo;

 otterranno gioia e letizia; il dolore e il gemito scompariranno”

                                                                             (Isaia 35: 1 - 4, 10).

     

      In una visione spirituale della vita,

il simbolo del deserto che cosa indica? 

 

                                    Indica il tempo intermedio, il tempo di mezzo,

                                    ed entrare nel deserto è prendere coscienza della propria provvisorietà,

                                   della propria creaturalità, del nostro essere creature.

 

Che cosa ci fa comprendere

l’esperienza del deserto?

 

                                           Comprendiamo ciò che è essenziale nella vita.

                                           Nel deserto cadono le sovrastrutture

                                           e gli pseudo-problemi che spesso ci creiamo nella nostra esistenza.

 

Qual è il segreto della gioia nel cristiano?

 

                                    La scelta interiore ed esplicita di camminare con Dio;

                                    il deserto della vita si trasforma, allora, in un sentiero verdeggiante,

                                    che ci conduce a Gerusalemme,

                                    dove c’è la dimora di Dio, il Santuario

                                           della sua presenza, nella dinamicità

                                           della sua grazia, della sua bontà, del suo Amore.

 

Chiariamo che:

a.     Un periodo di deserto non è sinonimo di ritiro spirituale.

b.     Ogni luogo, infatti, porta in sé un significato spirituale

      nella misura in cui contribuisce a imprimere un segno nel nostro spirito.

c.     Il deserto non è solamente un luogo solitario e silenzioso ma nella sua immensità

      e nel suo vuoto genera quei valori di libertà ed essenzialità, che gli sono propri.

d.     Il deserto porta l’uomo al limite della sua impotenza e l’obbliga a cercare forza in Dio solo.

e    Il deserto porta in sé il segno della povertà, dell’austerità, dell’estrema semplicità,

       della totale insufficienza dell’uomo, che scopre la propria debolezza.

imagesCASJD18JIl deserto, pertanto, è un tentativo di avanzare nudi, deboli, privi di ogni appoggio umano, nel digiuno, verso l’incontro con il Signore. È essenziale in un periodo di deserto lo spogliamento totale e l’attesa serena e silenziosa di Dio.

 

Non potremmo durare a lungo se Dio stesso non ci mandasse il suo cibo come ha fatto per Israele o per Elia, coricato e spossato sotto la ginestra.

 

Chi vuol fare l’esperienza del deserto, deve avere la ferma speranza che Dio verrà a incontrarlo nella preghiera         

e la grazia di questa visita la si ottiene desiderandola con fiducia e gioia. Nondimeno, per ricevere questa grazia, sono necessarie l’umiltà del cuore, il non fare affidamento su se stessi, accettare l’assenza delle consolazioni

e l’austerità.

 

 

Il Signore Gesù ci visiterà nel deserto solo quando ci saremo dimenticati di noi stessi.

                                                                      Non si può sopportare di camminare ogni giorno,

                                                          soli, nel deserto se non si ha il cuore semplice, puro e povero.

 

L’esperienza ci porterà a constatare che noi siamo più tentati nel deserto, e saremmo inclini a concludere che sia meglio evitare di andarvi. No, non saremo più deboli nel deserto che altrove; siamo posti nella condizione di fare una scelta più assoluta e radicale: scelta, le cui alternative, durante la nostra vita abituale, vengono sbiadite dalla molteplicità delle attività quotidiane e da innumerevoli compromessi più o meno coscienti.

 

Solo il deserto è totalmente vero, e nella sua semplice nudità ci pone di fronte all’alternativa: Dio o ciò che non è Lui.

Ed è nel deserto che sorge più vivo il bisogno di una pura preghiera d’intercessione, in quanto prendiamo coscienza che il male è così esteso e l’azione, anche evangelica, così impotente che solo la preghiera pura può vincere.

 

La parola “deserto” per sé indica una grande estensione incolta, inabitata, stepposa, pietrosa o coperta di sabbia.

Anche se molti uomini di Dio hanno scelto per la loro preghiera questo luogo, pensiamo ad Elia, a Giovanni Battista, …, di per sé non è necessaria questa scelta di vita per realizzare in pienezza “La preghiera nel deserto”

Il deserto più che un luogo è una dimensione spirituale, che possiamo concretizzare anche nella nostra casa. Così:

 

9 studiolo beb sicilia[1] 

- Cerca un angolo tranquillo ed un orario che aiuti questa tranquillità.

 -  Certamente devi cercare la solitudine esteriore ed interiore, come    mezzo che ti aiuti a rivedere le tue relazioni con Dio, per mezzo di Gesù, nello Spirito Santo.

- Il deserto non è chiuderti agli altri, è solitudine dove scopri te stesso, gli altri e l’intimità con Dio.

 -  Trovato il tuo angolo tranquillo, siediti e respira lentamente e profondamente.

 Ad esempio: inspira per circa sette secondi. Trattieni il respiro per tre secondi, poi espira lentamente.

Ripeti questo esercizio sei o sette volte.

 

 

Mentre esegui questo esercizio, volendo, puoi ripetere mentalmente alcune giaculatorie, che ti sono care. Inoltre:

 

v      Ricorda che Dio e più intimo a te, di te stesso.

v      Ricorda che Dio è al centro del tuo essere.

v      Ricorda che tu sei stato creato a sua immagine.

v      Ricorda che Dio ha un progetto per te.

v      Ricorda che Dio ti conduce per mano.

v      Apri a Lui il tuo cuore e la tua mente.

v      Chiedi a Dio che volga il suo sguardo sulla tua vita.

v      Chiedi a Dio di darti un cuore, che sappia ascoltare la sua parola.

 

Se hai compiuto con determinazione questo percorso, ti posso assicurare che sei pronto per la tua preghiera compiuta nel deserto.

Forse potrai pensare che Dio non ti ha mai parlato, non ti ha mai detto di andare nel deserto per udire la sua voce. Se fosse così, è perché dentro e fuori di te c’è troppa folla, troppo baccano, troppi problemi, che non hanno permesso alla voce di Dio di giungere fino a te. Allora, ecco, l’esperienza del deserto si fa in te ancora più urgente.

Vivere senza udire i gemiti inenarrabili dello Spirito, che parla al tuo cuore, significa coartare ed imprigionare la propria esistenza alle poche cose che vediamo e sentiamo con i nostri sensi. Significa scegliere l’infelicità d’essere come sepolti  nella fossa della materia e del sensibile.

 

Perché Dio ci chiama a seguirlo nel deserto?

 

Perché possiamo conoscere chi siamo in realtà. Che cosa Dio vuole da noi, qual è il suo piano per la nostra esistenza. Che cosa gli altri ci chiedono e noi dobbiamo dar loro.

 

 “Vieni nel deserto, perché voglio parlare al tuo cuore” (Osea 2: 14).

 

È l’invito che il profeta Osea ricevette da Dio.

È l’invito che il Signore rivolge anche a te.

 

Tante volte sentiamo parlare, quante poche volte invece ascoltiamo colui che ci parla:

 

 - Il sentire tocca le persone alla loro superficie, l’ascoltare raggiunge   l’intimità della persona, raggiunge ciò che chiamiamo “cuore”, l’insieme cioè dei sentimenti, la parte più intima e più nostra di noi stessi.

 

Quando Dio ti parla, parla solo al tuo “cuore”, ad esso è rivolta la sua ineffabile parola. 

 

Che cosa è, pertanto, il deserto?                                              

 

È il luogo privilegiato dell’incontro dell’uomo con Dio.

L’incontro, presuppone una chiamata da parte di Dio, esiste anche se non la percepiamo, ma a questa chiamata deve corrispondere una risposta libera e decisiva dell’uomo.

 

È silenzio, cioè la capacità di far tacere noi, per far parlare finalmente Lui.

 

È riflessione, che ci porta a ritrovare il giusto senso ed il giusto valore delle cose che ci circondano, è trovare il vero senso della vita.

La riflessione è preghiera.

 

È momento di purificazione. La solitudine ed il silenzio ci permettono di entrare in noi stessi, comprendere il nostro limite, la vacuità del peccato e la conseguente determinazione di accettare Gesù nella nostra vita e, con Lui, l’espiazione, la remissione e la salvezza.

 

È ascolto di Dio. Purificato, l’uomo diventa capace di ascoltare Dio, e il deserto diventa momento della rivelazione

 

È segno di speranza. In quanto momento di passaggio.

Israele viene condotto attraverso il deserto nella terra promessa.

La Chiesa è nel deserto finché non si unirà al suo Signore,

come la Gerusalemme celeste, di cui ci parla l’Apocalisse.

Il deserto è il luogo ed il tempo del fidanzamento.

 

Se vogliamo incontrare Cristo realmente nella nostra vita ed innalzare a Dio una lode perfetta, dobbiamo addentrarci sempre più nel deserto; questo non significa che non dobbiamo sentire

il disagio di una tale scelta: ogni chiamata di Dio comporta un certo disagio,

perché comporta un impegno totale, ma non dobbiamo temere, perché Dio è con noi.

 

Dunque che cosa significa andare nel deserto?

 

·         Significa riconoscere progressivamente la nostra insufficienza e scoprire di non poter far nulla senza il Cristo e di conseguenza farlo entrare nella nostra vita e chiedere a Lui il significato del nostro vivere, senza di Lui tutto è passeggero ed illusorio.

Come puoi essere luce agli altri, se tu in te stesso non possiedi la luce?

Dobbiamo trovare nella nostra giornata, in ogni nostra giornata, un momento di deserto.

Non far passare un solo giorno, senza aver messo a tacere tutto,

per poter ascoltare il Tutto e parlare con Lui.

 

Un uomo di Dio secoli fa gridava: Mio Dio, mio Tutto.

Che il Tutto, che è Dio, prenda totalmente possesso della nostra persona e della nostra vita!

 

Allora la preghiera si farà semplice e pura e andrà diritta al cuore di Dio.

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  • Sono vissuto per molti anni in Turchia, per cui oltre al cristianesimo ho anche una conoscenza della religione musulmana ne amo soprattutto la spiritualità, il sufismo.
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