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Il Canto della Vigna

IL CANTO DELLA VIGNA

 

Isaia con questo canto ci offre una meditazione, che ci fa scoprire Dio nella sua cura amorevole verso la creatura: un Dio che vuole donare felicità. Guai, però, all’uomo che rifiuta le attenzioni di Ihwh! Si condanna all’infelicità ed alla conseguente morte.

Per la sua struttura questo poema potrebbe avere diversi titoli: Canzone della vigna – Travagli d’amore perduti – Lamenti di un amore incorrisposto.

È difficile catalogare questo brano, perché costituisce tante cose insieme: canto d’amore, simbolo, allegoria, parabola. Il suo ebraico è anche pieno di musicalità poetica.

Quando l’impatto con l’esistere si presenta difficile o vuoto, questo canto, assieme al salmo 8°, mi fa scoprire la vera dimensione del mio vivere.

La cura che Dio mette, per donarmi una scintilla della sua beatitudine eterna, mi fa capire che la vita, nonostante tutto, vale la pena di essere vissuta.

Pensate! Vivere per dare una risposta a Dio, che ci ama e bussa alla nostra porta: Dio vuole venire nel nostro silenzio ed illuminarci col suo sorriso.

 

Il Canto della Vigna di Isaia è uno dei poemi più belli della Sacra Scrittura ed anche della letteratura di tutti i tempi.

Nella lettura di questo cantico si passa con vertiginosa disinvoltura dalla più alta lirica alla retorica più realistica. Il poeta ci fa entrare persino nell’aula di un tribunale e si rivolge a noi come a giurati, i quali hanno il compito di giudicare il suo amico, il vignaiolo, che intende condannare la propria vigna.

 

L’amore (l’amare) si concretizza nel fare:

 

“Il mio amico aveva una vigna

sopra una fertile collina.

La dissodò, ne tolse via le pietre,

vi piantò delle viti scelte,

vi costruì in mezzo una torre

e vi scavò uno strettoio per pigiare l’uva.

Ho fatto tutto per il mio amore, per la mia vigna e per tutta risposta essa ha fatto uva agra.

             Che cosa dovevo fare di più?” (Is  5:  2, 4).

 

Se l’amico del poeta non poteva fare di più, la colpa della non riuscita è tutta nella vigna ed ecco preconizzata la punizione:

“So io che intendo fare a questa mia vigna…..”

Dobbiamo contemplare questo poema come un quadro di un autore formidabile, che riesce a sovrapporre più piani di lettura:

 

a.           Sul piano più esterno, si tratta di un canto di lavoro: non nel senso di un canto ritmico (quelli che un tempo risuonavano nelle nostre campagne), per accompagnare lo sforzo corporale; ma espressione dell’amara esperienza di un viticoltore laborioso. “Ho lavorato tanto, non ho raccolto nulla!” Riecheggia come un lamento, un lamento pacato, soffuso di speranza, nella convinzione ottimista che il prossimo raccolto andrà sicuramente meglio.

 

b.           Dietro, con facile trasparenza, si rivela il secondo piano, il centrale, quello di un amante, che canta la propria delusione in amore. Ho amato tanto la mia ragazza (la vigna); le ho suggerito ogni sentimento d’amore fino ai più audaci, ai più impegnativi. Come risposta: Niente, un risultato, che dona amarezza ad un cuore sensibile.

 

c.            Ed infine ecco insinuarsi il terzo momento: il fallimento in amore di Ihwh con il suo popolo.

Si! Spesso restiamo insensibili di fronte a questo Dio, che volge i suoi occhi misericordiosi verso di noi.

Sempre pronti ad attribuire a Lui le nostre sconfitte:  l’uva agra.

 

Molte volte nel decorso del canto viene usato il verbo fare (ricordiamo che in ebraico dare frutto si dice fare frutto), nel versetto 2, due volte; nel versetto 4, quattro volte ed una volta nel versetto 5.

Che cosa si aspetta il lettore, ormai nel ruolo di giurato, se non che alle fatiche del vignaiolo per la vigna rispondano i favori di essa per lui: amor con amor si paga.

In compenso alle sue fatiche egli agognava che essa praticasse la giustizia. L’amante (il vignaiolo) non desidera di essere amato con le opere, ma che venga amato un altro: il prossimo.

Questo è il meraviglioso nei nostri rapporti con il Signore.

 

Credo che ricordiate i termini del giudizio finale, come lo racconta Gesù nel Vangelo.                           

Matteo  25:  35 – 40.

 

Quello che faremo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Gesù.

 

(Attenzione! Non solo nel bene: dare un bicchiere d’acqua….ma anche nel più piccolo male che faremo al prossimo, viene implicato il nome di Dio, la persona di Dio).

 

Nel canto isaiano l’amico del profeta passa ormai alle minacce:

 

·         le toglierò lo steccato, perché serva da pascolo e la calpestino.

·         non sarà né potata né sarchiata.

·         vi cresceranno rovi e cardi.

·         proibirò perfino alle nuvole di piovere sopra di essa.

 

Rileggiamo ora la finale del poema:

 

Infatti la vigna del Signore degli eserciti

è la casa d’Israele,

e gli uomini di Giuda

sono la sua piantagione prediletta;

Egli si aspettava rettitudine 

ed ecco spargimento di sangue,

giustizia ed ecco grida d’angoscia!”

 

Terminiamo questa meditazione con una scorsa alla vigna, che ci viene presentata al capitolo XV del Vangelo di Giovanni:

 

“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo.

Ogni tralcio che in me non dà frutto,

lo toglie via; e ogni tralcio che dà frutto,

lo pota, affinché ne dia di più”.

                                                           (Gv 15:  1, 2).

La vera vite non è più il popolo d’Israele, ma Cristo stesso, il Padre è il vignaiolo: c’è un cambiamento di prospettiva che io voglio lasciare alla vostra personale meditazione, non è più nel “fare” il punto focale del rapporto, ma nell’”essere” in Cristo. In Cristo prende, infatti, consistenza il nostro silenzio (demama).

Il portare frutto è legato al nostro essere uniti al Cristo, la vera vite, che, sola, ha in sé la linfa vitale.

 

Concludiamo col versetto 5:

 

“Io sono la vite, voi siete i tralci.

Colui che dimora in me e nel quale io dimoro,

porta molto frutto;

perché senza di me non potete far nulla”

 

 

 

 

 

 

 

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