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L’Agape
La Chiesa Avventista ha riscoperto uno dei momenti ecclesiali già caro ai primi cristiani: l’Agape. “Agape” non significa unicamente mangiare insieme (ciò lo fanno anche i pagani) ma è anche manifestazione di amore fraterno, di dedizione verso i fratelli meno fortunati ed espressione di lode al Signore, datore ed origine d’ogni bene.
L’unione fraterna, infatti, non può nel cristianesimo essere un’ideologia e, come l’amore, essa non può essere un concetto astratto. I cristiani dei primi secoli lo dimostrano incessantemente, ogni qualvolta si riuniscono nell’agape, nella preghiera e nella Santa Cena.
Santa Cena e Agape, spesso, vengono interpretati o usati come sinonimi di uno stesso evento o di una stessa espressione liturgica[1] e ciò soprattutto a causa di quel riunirsi da parte dei cristiani, per “partecipare ad una mensa comune”.[2] Di fatto, credo che si possa affermare, almeno per tutto il I secolo, che la S. Cena è sempre connessa ad un vero pasto,[3] in genere, compiuto di sera.
La liturgia, col tempo, si diversifica e l’Agape assume una tipologia propria: pasto consumato tra fratelli, per creare un rapporto reciproco di amore, cui, in seguito, viene aggiunta anche una preoccupazione assistenziale.[4]
Nondimeno ritengo che si possa affermare con sicurezza una indiscussa continuità di significato tra il pasto rituale, che serviva da introduzione alla S.Cena ed il pasto di carità, che prende il nome di Agape. Questo termine, coniato dalle comunità greche, vuole esprimere l’unione fraterna intorno al Kirios glorificato. È proprio del pasto dell’Amore concretizzare talmente il sentimento comunitario, fino a condividere i propri beni (o parte di essi) con i più poveri.
L’Agape possiamo ritenere che sia nata in terra pagana, distinta ed autonoma riguardo alla Cena. Tuttavia, benché non sia più legata alla celebrazione eucaristica, essa ne è profondamente ispirata; essa ne concretizza il significato e diventa lezione permanente di vita.
L’Agape vuole essere anche un’anticipazione della futura comunità messianica, quando si vivrà solo di Amore e per l’Amore e dove nessuno vivrà nel disagio o nella “di stretta”.
Accostandoci all’Agape, dobbiamo pensare ai fratelli ed alle sorelle, che possono vivere nel bisogno spirituale o materiale ed avere la coscienza di aver fatto tutto quello che è in nostro potere per sollevarli, contrariamente in questa mensa dell’Amore mangiamo e beviamo la nostra condanna.
Le prime generazioni cristiane sono fortemente realiste e per nulla dedite ad una visione romantica della vita e della religione come certi racconti commoventi e nostalgici vogliono farci credere.
I nostri padri nella fede, infatti, arrivano perfino a dare e cercare lavoro a chi ne sia rimasto senza, ma diventano inflessibili con gli oziosi e quelli che tentano di vivere alle spalle dei buoni, adducendo quale pretesto la carità cristiana.[5]
L’Agape diviene sempre di più, sia in Oriente sia in Occidente, un momento di culto totalmente distinto (non contrapposto) dalla S.Cena, con delle caratteristiche proprie: un convito, che, verso la fine del II secolo, troverà una sua peculiare organizzazione, tanto da essere un rito della vita cristiana.
In seguito, il carattere religioso dell’Agape viene evidenziato fin dal momento in cui i membri di chiesa, e forse anche i catecumeni, ricevono dalle mani di chi presiede l’assemblea un pezzetto di pane, che va consumato, prima di spezzare il proprio: è un gesto di accoglienza, che indica anche una richiesta di benedizione da Dio. Questo rito del pane è accompagnato da una preghiera sul calice, per ringraziare Dio dei benefici che ci elargisce, ma anche per chiedere che tutti i presenti partecipino alla mensa con purezza di cuore e senza rivalità.
Durante il pasto si doveva mangiare e bere con moderazione.
Si fa menzione che in alcune comunità si mangiava, restando in silenzio o parlando sommessamente.
“Ognuno, ci raccomanda la “Tradizione Apostolica”, deve gustare il cibo nel nome del Signore, ed a Lui è gradito che tutti siano uniti fra di loro e temperanti”[6]
In alcune comunità questo convito veniva celebrato verso sera e continuava per diverse ore. È difficile, forse, per noi ripetere qualcosa di simile, se non in date particolari. È interessante, però, notare il desiderio dei primi cristiani di stare insieme, di lodare uniti il Signore e di trascorrere tra fratelli ore serene, non dediti alla lussuria, ma ad una sana e gioiosa allegria.
Riscopriamo l’Agape, quindi, in tutta la sua interezza di culto a Dio e di amore fraterno, di aiuto ai più poveri e di testimonianza della presenza di Gesù in noi.
Dunque un clima religioso pervada le nostre “Agape”. Anche intorno ad una mensa i cristiani hanno occasione di distinguersi e di essere di esempio agli altri ed attuare la maggiore gloria di Dio.
Alcune idee sull’Agape, riprese da Tertulliano:
- Questo convito non consiste soltanto nel mangiare insieme, ma si tratta di una cerimonia religiosa vera e propria, che si svolge secondo un programma ben stabilito, in cui ogni gesto assume un significato particolare.
- Gesti particolari dell’Agape sono: la preghiera iniziale, il canto di un Salmo o di un altro brano della Sacra Scrittura od altri testi spirituali, il sedersi, l’accendere una lampada, il parlare con moderazione, la preghiera finale.
- Qualunque prezzo costi è un guadagno fare la spesa in nome della pietà.
- Se il motivo del nostro pasto in comune è onesto, giudicatelo dalla disciplina che lo regola. Poiché nasce da un sentimento religioso, nessuna bassezza, nessuna intemperanza vi è annessa.
- Una tavola apparecchiata diviene così luogo di culto ed espressione di carità e mostra con il proprio nome il suo scopo. Questo convito, infatti, viene chiamato con un nome greco, che significa Amore.[7]
[1] Ciò vale anche per lo “Spezzettamento del pane” di cui a più riprese ci parla il N.T. È difficile stabilire quando questo gesto appartenga al rito della S.Cena e quando si riferisca al pasto fraterno.
[2] Epistola a Diogneto, 5: 7.
[3] Ciò lo ritengo avvalorato dal fatto che, già, nel I secolo, i cristiani usavano recitare in occasione della S. Cena delle preghiere, che parafrasavano il Birkàt Hamazon: orazioni, che, secondo la Mishna, dovevano essere dette dopo ogni pasto, consumato in comune.
[4] Ritengo conforme allo spirito dell’Agape di tanto in tanto, dove ciò è possibile, invitare i più poveri del quartiere e offrire loro un pranzo, servito dai fratelli e dalle sorelle, i quali al contempo potrebbero fare una giornata di digiuno e di preghiera.
[5] Didachè 12: 3 – 5.
I. Giordani, Il Messaggio sociale del Cristianesimo, Città Nuova, Roma 1960.
[6] S. Ippolito, Tradizione Apostolica, 21 Funk, 2, p. 114.
[7] Tertulliano, Apologeticum, 39: 16 – 19, Corpus Christianorum, Series Latina, 1, pp.152ss.