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libere proposte per conoscere più intimamente Dio

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Iddio che si rivela

 

 

Prendiamo come destinatari eccellenti della rivelazione divina due profeti:  Elia ed Isaia.

 

Elia

 

Mi è stato sempre impossibile meditare sulla figura di Elia, senza lasciarmi sedurre dall’incanto del suo mistero:

 

Misterioso è, infatti, il primo approccio che, nella Bibbia, abbiamo con il profeta:


 Elia.jpg



 “Elia, il Tisbita, uno di quelli

che si erano stabiliti

in Galaad, disse al re Acab:

-  Com’è vero che vive il Signore, Dio d’Israele,

che io servo, non ci sarà né rugiada né pioggia

    in questi anni, se non quando ve lo dirò io”  

                                                           (1 Re 17:  1).

 





Non sappiamo nulla del passato di Elia, emerge dall’indeterminato e si concretizza davanti al re, davanti a noi con una maledizione.

 

Misteriosa è anche la sua scomparsa:

Elia-che-ascende.jpg
 


“Elia ed Eliseo camminavano, discorrendo insieme,

 quand’ecco un carro di fuoco e dei cavalli di fuoco,

che li separarono l’uno dall’altro,

ed Elia salì al cielo in un turbine.

Eliseo lo vide e si mise a gridare:

Padre mio, padre mio!
Carro e cavalleria d’Israele!

Poi non lo vide più”  (2 Re  2:  11, 12).

 





Sorprendente è il suo apparire davanti al popolo:

 

“Sono rimasto io solo dei profeti di Ihwh,

mentre quelli di Baal sono quattrocentocinquanta.

Dateci due tori:

quelli ne scelgano uno per loro, lo facciano a pezzi

e lo mettano sulla legna senz’appiccarvi il fuoco;

io pure preparerò l’altro toro, lo metterò sulla legna

 e non vi appiccherò il fuoco”.

 

Elia, poi, si rivolge ai sacerdoti del dio Baal:

 

“Quindi invocate voi il nome del vostro dio

ed io invocherò il nome di Ihwh;

il dio che risponderà mediante il fuoco,

                                                          Lui è Dio.   (1 Re 18:  22 - 24).

 

I profeti di Baal invocarono il fuoco dal loro dio, ma il fuoco non venne.


 Altare-sacrificale.jpg


Allora Elia riparò l’altare del Signore,
che era stato demolito,
con dodici pietre,
secondo il numero dei figli di Giacobbe.

Elia sistemò della legna sull’altare,
pose il toro su di essa,
poi fece versare dell’acqua per più volte. 
Infine innalzò a Dio una preghiera:

 

“Signore, Dio d’Abramo, d’Isacco e d’Israele,

fa che oggi si conosca che tu sei Dio in Israele,

che io sono tuo  servo,

e che ho fatto tutte queste cose per ordine tuo.

Rispondimi! Signore, rispondimi!

Affinché, questo popolo riconosca che Tu, o Signore,

 sei Dio, e che Tu sei Colui che converte il loro cuore!”

                                                        (1  Re  18:  36, 37).

 


Allora cadde il fuoco di Dio e consumò l’olocausto e prosciugò l’acqua, il popolo si gettò con la faccia a terra e gridò:

 

“Ihwh è Iddio!  Ihwh è Iddio!” (1 Re  18:  39).

 

Poi Elia disse ad Acab:

 

“Risali, mangia e bevi, poiché già si ode

 un rumore di grande pioggia” (1 Re  18:  41).


fuoco.jpg 

 

       
        Sul monte Carmelo Iddio si è rivelato ad Elia
        ed a tutto il popolo nel prodigio del fuoco, 
        che consuma l’olocausto,
        il sacrificio degno d’essere offerto 
        all’unico, vero Dio,
        a Ihwh.

 





Ma, su un'altra montagna, quella della rivelazione di Dio, il monte Oreb,
Ihwh si rivela ad Elia in modo personale, intimo, sconvolgente.
Tale rivelazione profonda ed irripetibile, opponendosi,
dà una sua luminosa spiegazione al miracolo avvenuto sul Carmelo.


 

Elia era solo: solo, s’inoltrò nel deserto.
Una lunga giornata di cammino,
quindi, stremato, andò a sedersi sotto una ginestra.
In questo momento Elia sperimentò l’abbandono
e l’assoluta solitudine degli animi più nobili,
[il Getsemani di Gesù è ricorrente nella vicenda umana].
Elia nella sua tormentosa sensibilità non ce la fa più,
e prorompe in un grido:

 

“Prendi la mia vita, Signore!” (1Re 19: 4)


Elia-e-l-angelo.jpg
 

Accadde l’imprevedibile:
Elia si coricò senza speranze.
Si addormentò sotto la ginestra.
Allora un angelo lo toccò:

 

Il tocco dell’angelo!


Chi di noi nella vita non ha desiderato,
almeno una volta,
d’essere sfiorato dall’ala d’un angelo?

 

 

L’angelo lo toccò e gli disse:

 

“Alzati e mangia” (1 Re 19: 5)

 


Elia aprì gli occhi e vide una focaccia ed una brocca d’acqua: mangiò e bevve.

Si, basta il tocco d’un angelo per cambiare tutta la nostra vita!

Elia, rifocillato da un cibo che proveniva dal Cielo,
camminò quaranta giorni e quaranta notti fino all’Oreb, il monte di Dio.

 

 deserto.jpg



       Che cosa è avvenuto in quei quaranta
       giorni, sotto il sole del deserto,
       che non dà né riposo né refrigerio,
       mentre il sudore,
       che non riusciva a rinfrescare
       le membra infuocate,
       sempre meno abbondante,
       scendeva dal volto di Elia?

 

 




Notte.png


 Che cosa è avvenuto in quelle quaranta notti,
 allorché il freddo si faceva pungente
 e la luna e le stelle,
 in un cielo senza ombre,
 inviavano i loro messaggi silenziosi,
 fatti di luce?

 

 

 

 

Rimane un mistero! Appartiene all’insondabile mistero dell’animo umano. 

 

Una cosa, però, la possiamo dire, perché è successo a tutti noi:  
il suo cuore si è aperto, come un mistico fiore, all'incontro, al sorriso dell'Eterno.

 

Sulla montagna di Dio, Elia entrò in una spelonca e vi passò la notte. 
Poi Dio gli disse:

“Va fuori e fermati davanti al Signore” (1 Re 19: 11)

 

Il Signore passò.
Un vento forte, impetuoso,
schiantava i monti e spezzava le rocce;
ma, il Signore non era nel vento.
E, dopo il vento, un terremoto;
ma il Signore non era nel terremoto.
E, dopo il terremoto, un fuoco;
ma il Signore non era nel fuoco.
E, dopo il fuoco,
un suono dolce e sommesso.

 

 

Allora Elia si coprì la faccia, in segno di adorazione.

Si rese conto di stare alla presenza di Dio.

 

Come mai? Iddio forte, Iddio d’Israele, Iddio delle vittorie non è nel vento impetuoso,
nel terremoto che vince ogni resistenza, nel fuoco. Dov’è?

 

Dopo il fuoco ci fu qol demama daqqa (1 Re 19: 12).
Questa formula corrisponde a ciò che per Elia è la manifestazione suprema della presenza divina:


        “Elia si coprì il volto con il mantello” (1 Re  19:  13).

 

demama, la parola chiave, può essere intesa come  “brezza” o“vibrazione  

                 prodotta dalla presenza di un essere”.

 

qol, tutto ciò che viene percepito, ogni percezione.

 

daqqa (femminile di daq) sottile, fine, tenue.


                       C’è, pertanto, in quest’esperienza di Elia, un tenue percepire una presenza,
                       che non può essere interpretata nel segno della brezza;
                       perché, come abbiamo già accennato,
                       Iddio d’Israele è Iddio degli eserciti, delle battaglie,
                       il Dio che va esaltato nella sua potenza.



La traduzione che meglio percepisco è il rumore (qol) del silenzio; Iddio che parla al mio silenzio.

 

Oreb-copia-1.jpg

Elia sull’Oreb da profeta diventa mistico o meglio ci si rivela come il profeta mistico, il profeta dell’incontro personale, nel segreto, nel silenzio con l’Assoluto.

 

Nella formula qol demama daqqa  vedo un’esperienza mistica di tipo interiore, quella dell’estasi suprema in cui, l’uomo, svuotato di ciò che costituisce il suo egoismo, accede ardentemente a Dio.

 


Nell’Esodo la natura profonda di Dio è definita da Dio stesso in una formula composta da tre parole “Ehye asher ehye” (Io sono Colui che sono).

 

“Dirai agli Israeliti:

- Io-sono mi ha mandato a voi -”  (Esodo  3:  14).

 

Con tale frase si afferma che Dio deve essere identificato come persona (Io) e come essere (sono).

 

La formula mosaica è una definizione.
È, pertanto, un invito all’approfondimento, alla riflessione teologica.

 

La formula eliana qol demama daqqa, anch’essa è destinata a dirci, a modo suo, che cosa è Dio.
Essa, però, non evoca né la persona, né l’essere, mette in evidenza il silenzio.

 

Dio parla = un parlare sommesso, impercettibile:
                   analisi e segno, ch’è nel silenzio, nel movimento interiore dell’essere,
                   che può essere udito.

 

C’è qui nella formulazione eliana un accesso diretto al divino attraverso una modificazione della coscienza: noi cristiani sappiamo che ciò accade, quando lo Spirito di Dio, lo Spirito Santo prende possesso del nostro essere; noi, nell’annientamento del nostro vecchio io, acquistiamo la dimensione dell’uomo nuovo, che ormai nello Spirito può gridare “Abba, Padre”.

 

Elia vive un’estasi, cioè un’esperienza interiore; scopre, concretamente, dentro di sé e da sé, Iddio.

 

Elia-in-meditazione.jpg     

      Il Dio dell’Oreb, per Elia, 
      non è più il Dio del Carmelo, 
      che si rivela nel meraviglioso, all’esterno,
      è l’Iddio che si rivela per illuminazione interiore. 
      Elia scopre Iddio nel suo intimo
      e subisce una trasformazione violenta,
      come quella che sarà sperimentata da Saulo,
      che deve rimettere in discussione
      tutta la propria vita,
     “sono un uomo pieno di zelo”,
     da adesso in poi, sarà un uomo,
     che nella fede ritrova tutto il suo essere 
     ed il suo esistere;
     la cui fondamentale opera è l’opera della fede:
     il rimettere se stesso ed il proprio esistere
     nelle mani di Dio, riconosciuto potente e buono.

 



Sintetizziamo così l’esperienza eliana:

 

Il grido interiore di Dio incontra il silenzio dell’uomo.

 



Isaia

 

L’esperienza di Dio, Iddio che si rivela, viene vissuta in tutta la sua trascendenza da Isaia che contempla.

 

Isaia ci rivela il momento culmine della sua illuminazione e purificazione, ricorrendo ad immagini, con le quali cerca di formulare l’ineffabile.

 

“ I lembi del mantello del Signore

le porte  furono scosse fin dalle loro fondamenta

e la casa fu piena di fumo”.

                                                             (Isaia  6: 1, 4).

 

L’orlo del mantello di Dio riempie tutto il tempio, il quale è totalmente colmo di fumo, simbolo anch’esso della presenza del Signore, la cui gloria, cantata dagli angeli, fa tremare gli stipiti delle porte.

 

 

La gloria di Dio parte dal tempio, ma non può essere contenuta in esso.

Il tempio attesta la presenza di Dio, è vero, ma ne fa anche avvertire la trascendenza.

Il tempio non è altro che un appoggio terreno, un infimo sgabello della sua grandezza ultracosmica.

 

 

Nondimeno tutto il cosmo è solo un pizzico d’esistenza, posta di fronte a Dio e in Dio.  Il fumo è come una nube che manifesta e vela al tempo stesso la presenza di Ihwh; come una nube brillante per lo splendore di un sole che essa stessa fa sbiadire, rivelandolo.

 

Isaia non riesce da solo ad abbracciare in visione tutta la pienezza, anche se i sensi gli si aprono alla contemplazione.

 

Allora gli Angeli cercano di fargli comprendere con il canto ciò che egli non riesce a percepire dalla visione.

 

“C'erano dei serafini. Ognuno dei quali aveva sei ali;

 con due si copriva  la faccia,

con due si copriva i piedi, con due volava.

L’uno gridava all’altro e diceva:

Santo, Santo, Santo è il Signore degli eserciti!

Tutta la terra è piena della sua gloria!”

                                                                   (Isaia 6: 2, 3).

 

Spiccano in questo canto due parole: gloria e santità.

 

Nella santità di Dio distinguiamo due aspetti:

·        la totale trascendenza per la quale Egli è al di là d’ogni altro essere ed è totalmente l’altro.

·        l’aspetto etico, Egli è totalmente giusto di un’assoluta rettitudine.

 

 Angeli-nel-Tempio.jpg

 

          Di fronte a Dio
          l’uomo è illuminato dalla luce
          filtrata dalla nube di fumo
          e nelle parole del canto
          “Santo, Santo, Santo”,
          che martellano nella sua testa.

 

          Isaia
          e in lui tutti noi
          scopriamo la nostra radicale impurità
          e tremiamo come il tempio, 
          scosso dalla potente voce angelica.

 

 

 

 

La seconda scena della visione è: la consacrazione.

Altare-dei-profumi.jpg
 

Dio invia uno degli esseri celesti e il tempio offre il fuoco

E si compie un essenziale rito di purificazione.

L’angelo del Signore monopolizza l’azione: vola, prende, accosta.

Questo essere celeste, spirituale, materializzato,
prende, come prima cosa, dall’altare dei profumi
un carbone acceso, lo stringe tra le mani,
vola verso Isaia e glielo accosta alle labbra;
mentre risuonano parole chiarificatrici:


“Il fuoco  ha toccato  le tue labbra,

è sparita la tua colpa, perdonato il tuo peccato”

                                                               (Isaia 6: 7).

 

In verità non conosciamo né conosceremo mai che cosa sia avvenuto nel profeta: ciò appartiene all’insondabile mistero dell’uomo. Isaia, infatti, non ci comunica, perché  incomunicabile, tale esperienza; nondimeno sappiamo che quanto è avvenuto in lui fu totalmente sconvolgente, radicale. Nella scena successiva, infatti, interviene spontaneamente e si offre per la missione.

 


La corte divina è riunita e si svela una deliberazione.

 

“Poi udii la voce del Signore, che diceva:

Chi manderò? Chi andrà da parte nostra?”

 

Il profeta, anziché intimorirsi e trasalire, si sente interpellato, si fa avanti:
è un volontario:


“Eccomi! Manda me!”

                                                (Isaia 6: 8).

 

Isaia riceve la visione come un’istanza, non si accontenta di un’informazione; interpreta la domanda come un invito ed una sfida.

La parola di Ihwh è chiara ed oscura allo stesso tempo:

 

“Va e dì a questo popolo:

Udite con le vostre orecchie, senza intendere;

guardate con i vostri occhi, senza comprendere”

                                                                 (Isaia 6: 9).

 

Sembra voler affermare:
                      “finché cercherete di udire la voce di Dio con le vostre orecchie di carne,
                       non intenderete niente;
                       finché cercherete di scoprire la verità con i vostri occhi non comprenderete”.

 

È così che viene chiarificata la missione del nostro profeta, il cui oggetto è tutto in un ritmo che s’intreccia:

 

cuore, orecchi, occhi, occhi, orecchie, cuore.


 

Il movimento dialettico, una volta instaurato, non si può arrestare.
Potrebbe fermarlo il popolo, convertendosi, ma era indurito.
Solo Dio potrebbe arrestarlo, presentandosi al popolo e facendosi riconoscere,
ma non c’era un “Elia”
pronto e capace di ascoltare il tenue (intimo, personale) rumore del Silenzio
[qol demama daqqa].
Dio, perciò, continua a parlare in pubblico attraverso una chiosa di profeti.


Il movimento non si arresterà se non alla catastrofe,
alla perdita della Promessa (identificata nella Terra).


C’è un rimedio:

 

“Chiudi il cuore di questo popolo,

indurisci l’udito, accecagli gli occhi,

affinché i suoi occhi non vedano,

le sue orecchie non odano,

il suo cuore non intenda”

                                       (Isaia 6: 10).

 

Dato che tutte le risorse, le manifestazioni umane non saranno capaci di convertirsi e guarire.

 

“Fino a quando, Signore?

Finché le città siano devastate, senza abitanti,

non vi sia più nessuno nelle case,

e il paese ridotto in desolazione”

                                                         (Isaia 6: 11).

 

E ciò perché l’unica possibilità, per incontrare la Parola che il profeta annuncia, sarà nel linguaggio, che vive ed esiste nel Silenzio:

 

Qol demama daqqa

 

·        Silenzio di Dio, che si presenta senza idoli.

·        Silenzio dell’uomo, che fa il vuoto in se stesso per rendersi disponibile a Dio.

 

Qol demama daqqa = Il tenue rumore del Silenzio.

 

Beato chi l’ascolta! Scopre Dio, la Verità, l’Assoluto. Grida la propria libertà, la liberazione dai sensi e dal cuore, possederà l’estasi in Dio.

Griderà per sempre la propria libertà!

Ritrovata nella libertà assoluta di Ihwh.

 

Quando? E dove?

 

                        Nello spazio senza spazio,

nel tempo senza ore,

nell’eternità, nell’infinito.

 

È là che l’uomo realizza pienamente se stesso…..nel regno dell’Amore e della libertà.

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