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L'Effusione dello Spirito nei secoli IV e V

L’Effusione dello Spirito nei secoli iv e v[1]

 

Il secolo IV, da molti eruditi, viene definito il secolo d’oro della storia del Cristianesimo: grandi pensatori e teologi fioriscono, infatti, un po’ dovunque sia in occidente sia in oriente.

 

A Milano brilla la stella del grande Ambrogio, il quale, dopo aver ricevuto una intensa formazione retorica e giuridica ed essere stato governatore per vari anni, diviene “pastore illuminato” della sua terra, essendo eletto vescovo a furore di popolo.

 

Questo sapiente uomo di Dio fu presente in ogni manifestazione spirituale del suo tempo, così violentemente segnato da una sempre più incisiva rivelazione dello Spirito Santo.

 

In un Inno, scritto di proprio pugno, Ambrogio invita ad aprire l’intimo all’effusione gioiosa dello Spirito:

 

“Lieti (con gioia) abbeveriamoci

alla sobria (ben definita, ordinata, moderata)

profusione dello Spirito”.

 

Riteniamo utile spendere qualche parola sulla sobrietà.  L’apostolo Paolo ne parla riferendosi in particolare ai carismatici, i quali, nell’entusiasmo dello Spirito e delle sue potenti manifestazioni, si lasciavano talmente coinvolgere da queste allettanti esperienze da trascurare l’impegno richiesto loro dalla comunità ecclesiale, e dice:

                       

“Se, infatti, siamo stati fuori senno (ebbrezza od estasi ), era per Dio;

se siamo assennati (sobrietà) è per voi.

 Poiché l’amore di Cristo ci costringe,

 in quanto siamo giunti ad una giusta conclusione:

 uno solo è morto per tutti e quindi tutti sono morti.

 

Ed Egli è morto per tutti,

perché quelli che vivono, non vivano più per se stessi,

 ma per Colui che è morto e risorto per loro”

                                                                                     (2 Corinzi  5:  13 - 15).

 

 

 

Il Cristiano può cercare e chiedere a Dio l’ebbrezza spirituale e, quando la possiede, deve ringraziarne il Signore; perché sono doni di Dio: il parlare in lingue, il profetare, l’essere rapiti in visione etc. Nondimeno, non è di queste cose che ci si può vantare; ma solo della croce, simbolo del supremo amore:

“Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, ma non avessi la carità...”

                                                                   (1 Corinzi 13:  1 - 3).

 

In definitiva che cos’è l’ebbrezza sobria, di cui ci parlano Ambrogio e tanti altri Padri del IV e V secolo?

 

È uno stato in cui l’uomo si sente posseduto e condotto da Dio;

uno stato, però, che non ci aliena, distogliendoci dall’amore,

anzi ci conduce ad esso, lo esige e spesso lo rende più facile e gioioso.[2]

 

I teologi cristiani fecero proprio il tema della sobria ebbrezza, già sviluppato dal filosofo giudaico, Filone di Alessandria, sospinti in particolare dal testo, in cui Paolo esorta così i cristiani di Efeso:

 

“Non ubriacatevi di vino, il quale porta alla spensieratezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali,                                                      

cantando ed inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore”                                                       (Efesini  5: 18, 19).

 

Origene ed altri antichi scrittori illustrano il pensiero di Paolo, ricorrendo all’analogia e, in maniera molto spiccia, pongono l’accento sul contrasto tra ebbrezza materiale ed ebbrezza spirituale: tutte e due, dicono questi teologi, infondono allegria, fanno dimenticare gli affanni, fanno uscire da se stessi.

 

Ma, mentre l’ebbrezza materiale rende vacillanti ed insicuri, quella spirituale rende stabili nel bene; mentre la prima fa uscire da se stessi per vivere al di sotto del livello della ragione, la seconda fa uscire da se stessi per vivere al di sopra della propria ragione; in altre parole, realizza la vera estasi” spirituale.

 

                               La prima, l’ebbrezza materiale, è “un’ebbrezza di colpa”                                     

 la seconda, l’ebbrezza spirituale, è  “un’ebbrezza di grazia”.

 

 

 Traendo spunto dall’episodio dell’acqua sgorgata dalla roccia, Ambrogio scrive:

“Sgorga l’acqua dalla roccia e tutti ne bevono…molti ne sono inebriati. Buona è l’ebbrezza che infonde letizia. Buona è l’ebbrezza che rinsalda i passi della mente sobria…Bevi Cristo che è la vite, bevi Cristo che è la roccia, da cui è scaturita l’acqua, bevi Cristo, per bere la sua parola. La Scrittura divina si beve, la Scrittura si divora, quando il succo della parola eterna discende nelle vene della mente e nelle energie dell’anima”.[3]

 

Una delle vie indicate dai mistici per giungere all’ebbrezza spirituale, al vero entusiasmo (έn QeόV) è la sobrietà, cioè l’astinenza dalle cose della carne, il digiunare dal mondo e da se stessi.

 

In questo senso il concetto di sobrietà è stato approfondito in particolare dalla spiritualità monastica ortodossa, legata alla cosiddetta “Preghiera di Gesù”, dove la sobrietà indica “un metodo spirituale” fatto di “vigilante attenzione”, per liberarsi dai pensieri e dalle parole cattive, sottraendo dalla mente ogni soddisfazione carnale e lasciandole, come unica attività, la compunzione per il peccato e la preghiera.

 

Una vita cristiana piena di sforzi ascetici e di mortificazioni, ma senza il tocco vivificante dello Spirito, somiglierebbe ad un culto, nel quale si leggessero tante Scritture, si compissero dei riti, si raccogliessero offerte, ma non ci fosse coinvolgimento emotivo da parte dei partecipanti: i fedeli uscirebbero dalla Chiesa né più né meno come ne sono entrati.

 

Così sarebbe anche per il Cristiano: se egli praticasse perfettamente il digiuno ed ogni virtù, ma non si fosse, come si esprimono i primi Padri, compiuta attraverso la grazia nell’altare del suo cuore la mistica operazione dello Spirito; tutto il suo cammino spirituale resterebbe incompiuto e quasi vano, perché egli non potrebbe possedere l’esultanza dello Spirito, operante nel cuore.

 

Gregorio Nazianzeno in una sua orazione così esorta:

  “Per quanto tempo ancora terremo la grande fiaccola nascosta sotto il moggio? È ora di collocare la lampada, lo Spirito Santo, sul candelabro, perché faccia luce in tutte le chiese, in tutte le anime, in tutto il mondo”.[4]

 

Cirillo, l’esimio vescovo di Gerusalemme, commentando ai catecumeni il racconto della Pentecoste, giunto alle parole di Pietro:

“Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate” (Atti  2:  15)

dice:

“Non sono ubriachi nel senso che voi intendete. Sono ebbri, sì, ma di quella sobria ebbrezza, che fa morire i peccati e vivifica il cuore ed è l’opposto dell’ebrietà materiale. Questa fa dimenticare quello che già uno sa; quella invece dona la conoscenza di ciò che prima era sconosciuto.

Sono ebbri in quanto hanno bevuto il vino di quella vite spirituale che afferma: Io sono la vite, voi i tralci[5] 

 

 

Agostino, il celebre vescovo africano, in un suo discorso ai neofiti così parla dello Spirito:

                       

“Lo Spirito Santo è venuto ad abitare in voi: non fatelo allontanare, non escludetelo mai dal vostro cuore. È un ospite buono: vi ha trovati vuoti e vi ha riempiti, vi ha trovati affamati e vi ha saziati, vi ha trovati assetati e vi ha inebriati. Sia Lui ad inebriarvi davvero!

Dice infatti l’Apostolo: “Non vi ubriacate di vino che porta alla lussuria”.

 

Quindi, quasi per inculcarci di che cosa dobbiamo inebriarci, S.Paolo aggiunge:

 

“Ma siate ricolmi di Spirito Santo,

intrattenendovi tra voi con inni,

salmi, cantici spirituali,

cantando ed inneggiando al Signore

con tutto il vostro cuore”  (Ef  5:  18, 19).

 

“Chi si rallegra nel Signore e canta a Lui

con grande esultanza non somiglia forse a uno che è ebbro?

Mi piace questa ebbrezza……….

Lo Spirito di Dio è bevanda e luce”.[6]

 

 

 

 

Il saggio Agostino, da vero teologo, cerca di capire il messaggio della Scrittura e si domanda come mai la Bibbia ricorra ad un’immagine così ardita quale quella dell’ubriachezza:

 

“È perché, risponde, solo lo stato dell’uomo che ha bevuto fino a perdere la mente può darci un’idea di ciò che avviene quando si riceve l’ineffabile dono dello Spirito: la mente viene quasi meno, diventa divina, inebriandosi di Dio, cioè pregustando qualcosa della dolcezza della Gerusalemme celeste”[7] 

 

Il principio fondamentale da dove partono i teologi ed i pastori dei secoli IV e V nelle loro affermazioni, a favore di una spiritualità pneumatica, è che la Grazia è il principio (inizio) della Gloria e quindi rende possibile, fin d’ora, una certa esperienza di Dio.

 

Nei primi secoli della sua storia la Chiesa non riponeva tanto la fiducia nell’efficienza della sua organizzazione, ma piuttosto nella presenza dello Spirito Santo, cioè nell’essere una società spirituale, un corpo animato dallo Spirito, anche se strutturata intorno ad anziani e vescovi.

 

 

 

 

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[1]Nel redigere queste note mi sono inspirato agli scritti del noto teologo Raniero Cantalamessa. Soprattutto dal suo libro “La sobria ebbrezza dello Spirito”, già citato in questo nostro saggio e di cui raccomando vivamente la lettura.

[2] R.Cantalamessa, op.cit., p. 11

[3] Ambrogio, De Sacramentis, V, 3: 18.

[4] Gregorio Nazianzeno, Oratio 12: 6,  PG 35: 856.

[5] Cirillo di Gerusalemme, Catechesi, XVII, 15.

[6] Agostino, Sermo 225, PL 38, 1098.

[7] Agostino, Enarrationes in Psalmos,  Ps. 35, 14.

 

 

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