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Introduzione alla Glossolalia

Introduzione alla Glossolalia

 

 

“Glossolalia” è una parola composta, che deriva da due termini greci: γλωσσα λαλέω  (lingua parlo).

 

La glossolalia è uno dei carismi elencati dall’apostolo Paolo in 1 Cor 12: 7ss:

 

“Ora a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per il bene comune.

...............................

a un altro, diversità di lingue e ad un altro, l’interpretazione delle lingue;

ma tutte queste cose le opera quell’unico e medesimo Spirito,

 distribuendo i doni a ciascuno in particolare come vuole”.

 

In questo saggio esamineremo alcuni testi del Nuovo Testamento, dove troviamo uniti, anche se in forme grammaticali diverse, questi due termini: γλωσσα (lingua) e λαλέω (parlo).

In modo particolare ci soffermeremo su 1 Cor 12, 14.  Atti 2: 1 - 21;  10: 44 - 47; 19: 4 - 7.

 

Per quanto riguarda l’A.T., abbiamo dei testi chiamati in causa dai testi sopra citati, come Isaia 28: 11 - 12 (in 1 Cor 14: 21) e Gioele 3: 1 - 5 (in Atti 2: 17 - 21) oppure che hanno una stretta affinità al nostro tema, poiché trattano del profetismo estatico come Numeri 11: 16, 17;  24 - 30;  1 Samuele 10: 1 - 16;  19: 20 - 24.

 

La tradizione storica riguardo a questo dono è quasi inesistente. L’unica testimonianza è quella riportata da Eusebio,[1] il quale cita Ireneo, che attesta di aver udito al suo tempo dei cristiani che, per grazia dello Spirito Santo “parlavano ogni specie di lingue”.  Giovanni Crisostomo, dice: “Il passo tutto intero è molto oscuro. Questa oscurità proviene dalla nostra ignoranza di ciò che aveva luogo allora, ma non arrivò più ai nostri giorni”.[2]

 

Il Godet: “Dal secolo III fino ai tempi moderni, l’idea che regnava nella Chiesa è stata che il dono delle lingue era la facoltà di predicare il Vangelo a popoli diversi, a ciascuno nella sua lingua, senza averla appresa. Questo dono doveva spiegare la rapida propagazione del Vangelo” .[3]

 

 

 

In questa affermazione del Godet si fa riferimento solo al dono di parlare lingue straniere, senza averle studiate, in vista dell’Apostolato, dono utile per la trasmissione delle verità evangeliche.

Diremo di più, è possibile, sempre nell’ambito di questa spiegazione, anche ricevere questo dono in senso passivo; cioè il predicatore parla in una sola lingua e ciascuno lo comprende nella propria.

 

Un cambiamento di rotta è stato intrapreso in questi ultimi tempi dai vari movimenti pentecostali o carismatici. Si sono sviluppate ipotesi di varia natura. Quale tra le tante è la più aderente ai passi biblici?

 

Il vescovo di Gerusalemme, Cirillo, nell’anno 348, commentando ai catecumeni il racconto della Pentecoste, giunto alle parole di Pietro:

“Questi uomini non sono ubriachi come voi sospettate” (At 2: 15), dice: “Non sono ubriachi nel senso che voi intendete. Sono ebbri, si, ma di quella sobria ebbrezza, che fa morire i peccati e vivifica il cuore ed è l’opposto dell’ebrietà materiale. Questa fa dimenticare quello che già uno sa; quella invece dona la conoscenza di ciò che prima era sconosciuto. Sono ebbri in quanto hanno bevuto il vino di quella vite spirituale, che afferma: Io sono la vite, voi i tralci”.[4]

 

Così, uno dei più conosciuti teologi del nostro tempo, Raniero Cantalamessa, commenta le parole di Cirillo: “Questa ebbrezza procurata dallo Spirito Santo è dunque uno stato in cui l’uomo è purificato dai peccati, ha il cuore acceso di fervore e la mente elevata a una conoscenza speciale di Dio: una conoscenza non discorsiva, ma intuitiva, quasi sperimentale, accompagnata da interiore dolcezza”.[5]

 

Affermiamo subito, onde evitare ogni malinteso, che la glossolalia non è possessione; il glossolalo è ispirato, abitato dallo Spirito Santo, non posseduto.

Il Sullivan[6] alla questione “La glossolalia è un linguaggio estatico?” risponde di no, se per estasi s’intenda uno stato nel quale una persona non eserciti più il controllo razionale sulle proprie azioni.

Se, invece, intendiamo per estasi, un’unione intellettiva ed affettiva con Dio, che “per accidens” ci può anche portare, per un lasso di tempo, a diminuire il contatto con la realtà esterna,[7] credo che né il Sullivan né altri seri studiosi possano escludere che non solo sia possibile ma anche auspicabile che in un contatto con il Bene supremo si possa perdere, per un tempo limitato, l’interesse per i piccoli problemi della vita e vivere un momento di beatitudine, che elevi.[8]

 

Il Card. Suenens dà una definizione della glossolalia,[9] che, a mio avviso, può aiutarci a capire meglio questo evento, per molti versi difficile: “Si tratta di un’espressione preconcettuale e spontanea, che cerca di raggiungere l’ineffabile. La preghiera in lingua sta alla preghiera classica come l’arte astratta sta alla pittura figurativa”

 

Si può escludere l’estasi nel parlare glossolalico?  Ritengo proprio di no.

 

Paolo, in 1 Cor 14: 23, nel descrivere l’effetto esterno della glossolalia, non trova altro esempio se non quello della pazzia: “Non direbbero forse che siete pazzi?”

Similmente in Atti 2: 13, l’effetto esterno della discesa dello Spirito e del parlare glossolalico è descritto da alcuni presenti con l’immagine dell’ubriachezza. Li deridevano e dicevano: Si sono ubriacati di vino dolce!”

 

Ascoltiamo anche una testimonianza, che ci viene dal grande Agostino, che tanto ha influito con i suoi scritti anche nell’agostiniano Lutero e di conseguenza in tutto il movimento della riforma. “Lo Spirito Santo – dice rivolgendosi ai neofiti – è venuto ad abitare in voi; non fatelo allontanare; non escludetelo mai dal vostro cuore. È un ospite buono: vi ha trovato vuoti e vi ha riempiti; vi ha trovato affamati e vi ha saziati; vi ha trovato assetati e vi ha inebriati.. Sia Lui ad inebriarvi davvero! Dice l’Apostolo: Non vi ubriacate di vino che porta alla lussuria”. Quindi, quasi per inculcarci di che cosa dobbiamo inebriarci, aggiunge: “Ma siate ricolmi di Spirito Santo, intrattenendovi tra voi con inni, salmi, cantici spirituali, cantando ed inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore (cfr. Ef 5: 18ss). Chi si rallegra nel Signore e canta a Lui con grande esultanza non somiglia, forse, ad uno che è ebbro? Mi piace questa ebbrezza...Lo Spirito di Dio è bevanda e luce”.[10]

S. Agostino si domanda come mai la Scrittura abbia fatto ricorso ad un’immagine così ardita come quella dell’ebbrezza e risponde: “È perché solo lo stato dell’uomo, che ha bevuto fino a perdere la mente può dare un’idea – sebbene in negativo – di ciò che avviene nella mente umana, quando riceve l’ineffabile letizia dello Spirito Santo; essa viene quasi meno e diventa divina, inebriandosi dell’abbondanza della casa di Dio, cioè pregustando qualche cosa della dolcezza della Gerusalemme celeste”.[11]

Il Cantalamessa conclude: “Nell’ebbrezza spirituale, l’uomo esce da se stesso, ma non per vivere al di sotto della sua ragione (come nell’ebbrezza da vino o da droga), ma per vivere al di sopra di essa...Siamo chiaramente di fronte a un Cristianesimo carismatico, che crede fermamente, con tutto il Nuovo Testamento, che la grazia è l’inizio della gloria e che rende possibile perciò fin d’ora una certa esperienza diretta di Dio”.[12]

 

Possiamo domandarci di fronte ad un’esperienza diretta di Dio, se sia possibile che l’uomo esprima la sua gioia, balbettando frasi incomprensibili ed inoltre cerchi di esprimere ciò che sente, ma nell’empito delle emozioni, dica parole, che per lui hanno un senso, ma non per chi le ascolta, a meno che anche chi ascolta non abbia ricevuto un dono particolare dello Spirito?

 

 

Ci permettiamo di notificare al lettore che, solo dopo aver riflettuto a lungo e personalmente su tutti i messaggi che le Sacre Scritture ci danno sulla “glossolalia”, potrà farsi un’idea di ciò che essa significhi ed esprimere un ponderato giudizio sulla sua incidenza nella vita spirituale.

 



[1] Eusebio, Hist. Eccl., V, 7,

[2] G. Crisostomo, In Epist. I ad Corinthios,  Hom. 29, XII, 1.

[3] F. Godet, Commentaire sur la première Epitre aux Corinthiens, II, Paris 1885, p. 209.

[4] S. Cirillo di Gerusalemme, Catechesi XVII, 19.

[5] R. Cantalamessa, La sobria ebbrezza dello Spirito, RnS, Roma, 1994, p.6.

[6] F. A. Sullivan, Ils parlent en langue, Lumvit, 1, 1976.

[7] La contemplazione di Dio, nella sua ineffabilità, prende, conquista, afferra tutto l’uomo, ne consegue che l’estasi religiosa fa sospendere in parte la nostra comunicazione col mondo esterno, essendo l’uomo come rapito nella somma Bontà, nell’infinito Bene, nell’eterno Tutto. Abbiamo, inoltre, l’estasi amorosa del dono e del possesso, la quale, unita ad una conoscenza sempre più intima di Dio, costituisce una realtà autentica ed una promessa di realtà maggiori.

[8] dico: piccoli, perché, se i problemi fossero grandi e vitali, difficilmente sarebbe possibile un vero stato di preghiera o di contemplazione. Un grande antico filosofo diceva: “Prima è necessario vivere, dopo filosofare”.

[9] AA.VV. IL rinnovamento Carismatico, Alba 1975, p. 102.

[10] Sant’Agostino, Sermo 225;  PL 38, 1098).

[11] Sant’Agostino, Enarrationes in Psalmos, 35, 14.

[12] R.Cantalamessa, op.cit. pp. 7, 8.

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