libere proposte per conoscere più intimamente Dio
Glossolalia in S. Paolo
[Senza addentrarci in inutili e poco costruttive osservazioni generali, esamineremo i versetti che questi due capitoli della I lettera ai Corinzi ci offrono sull’argomento della glossolalia].
In questi versetti tra l’altro leggiamo:
v. 10 “a un altro varietà di lingue;
a un altro infine l’interpretazione di lingue”.
v. 28 “E Dio ha posto nella Chiesa in primo luogo degli apostoli, in secondo luogo dei profeti,
in terzo luogo dei dottori, poi miracoli, poi doni di guarigioni, assistenze, doni di governo,
novità di lingue”.
In questi versetti troviamo due espressioni identiche: novità di lingue, che, prese avulse dal contesto restano piuttosto oscure e possono dare adito ad interpretazioni diverse. Cerchiamo di comprendere ciò che questi versetti vogliono dirci.
Nel v. 28 si ha una certa irregolarità, che consiste in questo: i primi tre carismi non sono considerati in se stessi, ma in quanto posseduti da alcune categorie di persone; perciò non si parla dell’apostolato, della profezia e dell’insegnamento, bensì degli apostoli, dei profeti e dei maestri; gli altri carismi, sempre nel v. 28, sono invece nominati in sé, e si parla di miracoli, di doni di far guarigioni, di doni di assistenza, di governare, di varietà di lingue (γένη γλωσσîν). Nei vv. 29, 30 si ripete quello detto al v. 28, ma in forma negativa: … Non tutti parlano in altre lingue (mh. pa,ntej glw,ssaij lalou/sin); non tutti interpretano.
C’è una chiara ed innegabile simmetria che ci fa concludere che la forma γένη γλωσσîν equivale a γλώσσaις λαλoàσιν.
L’espressione γλώσσaις λαλoàσιν, a mio avviso, in questo contesto non può che indicare il dono di parlare in lingue (glossolalia), il parlare estatico, ispirato ma incomprensibile, tanto da richiedere l’interpretazione delle lingue, vale a dire la capacità di decifrare, a edificazione degli altri, le espressioni, altrimenti oscure, della glossolalia.
1 Cor 14: 1 - 4
La formula glossolalica vi ricorre tre volte: nei vv. 2 e 4. La glossolalia è contrapposta alla profezia, ed i caratteri dei due carismi saltano fuori per contrasto ed opposizioni come le luci e le ombre di un quadro.
Desiderate ardentemente l'amore, non tralasciando però di ricercare i doni spirituali, principalmente il dono di profezia (v. 1).
Perché chi parla in altra lingua non parla agli uomini, ma a Dio; poiché nessuno lo capisce, in quanto in spirito dice cose misteriose (v. 2).
Chi profetizza, invece, parla agli uomini un linguaggio di edificazione, di esortazione e di consolazione (v. 3).
Chi parla in altra lingua edifica sé stesso; ma chi profetizza, edifica la Chiesa (v. 4).
v. 2 v.3
a) chi parla con il dono delle lingue a’) chi profetizza, invece,
b) non non parla agli uomini, b’) parla agli uomini
ma a Dio
c) mentre egli dice, in spirito c’) per la loro edificazione,
cose misteriose. esortazione e conforto
v. 4a v. 4b
d) chi parla con il dono delle lingue d') chi profetizza
edifica se stesso edifica l’assemblea
In questi versetti ci vengono ben chiariti i caratteri del glossolalo e del profeta e la loro conseguente personalità.
C’è da notare che al versetto 2c in spirito da alcuni viene riferito direttamente allo Spirito Santo, quindi traducono mossi dallo Spirito Santo. Ritengo che si debba escludere che qui si tratti direttamente dello Spirito Santo. Paolo, infatti, sta descrivendo la modalità di parlare del glossolalo. Bisogna tradurre quindi nello spirito o con lo spirito. Il motivo, che impedisce di capire, non è perché il glossolalo è mosso dallo Spirito Santo, ma perché parla tra sé e sé (nello spirito, nel suo intimo) e pronuncia cose misteriose, almeno per gli altri.
1 Cor 14: 5, 6
5a “Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue,
ma preferisco che abbiate il dono della profezia;
5b in realtà è più grande colui che profetizza
di colui che parla con il dono delle lingue a meno che egli anche non interpreti,
perché l’assemblea ne riceva edificazione.
6 E ora, fratelli, supponiamo che io venga da voi
parlando con il dono delle lingue;
in che cosa potrei esservi utile,
se non vi parlassi in rivelazione o in scienza o in profezia o in dottrina?”
Il versetto 5a è conclusivo di un desiderio di Paolo (vorrei).
Il versetto 5b propone un comparativo tra il dono di parlare in lingua e la profezia. La profezia è un dono maggiore che il parlare in lingua, a meno che il glossolalo anche non interpreti.
Teniamo presente, tuttavia, che tale giudizio di Paolo è soprattutto condizionato dalla sua missione: l’edificazione della Chiesa. Alla luce di questa c’è subordinazione della glossolalia alla profezia.
Il versetto 6 vuole essere un’esplicitazione dei versetti precedenti. Si sottolinea l’inutilità della glossolalia sempre in relazione a ciò che è il pensiero dominante di Paolo e si dà rilievo all’utilità del parlare con rivelazione, con conoscenza, con profezia, con dottrina.
Una breve annotazione. Se qui si trattasse di parlare in altre lingue (in lingue straniere), come alcuni vogliono supporre. Diventerebbe incomprensibile il paragone proposto da Paolo, dichiarante la supremazia della profezia sul parlare in lingue. È certamente meglio avere il dono di profetare, ad esempio, in italiano e in francese che soltanto in italiano.
1 Cor 14: 7 - 13
Che cosa si aggiunge alla conoscenza del contenuto della glossolalia in questi versetti?
Il parlare è paragonato a dei suoni, che hanno intrinsecamente una propria forza, potenza intrinseca, che deve essere rivelata all’ascoltatore.
Il parlare del glossolalo non è un parlare vuoto, quali possono essere lamenti, gemiti, esclamazioni, fatte in assoluta mancanza di controllo di sé, ma ha un messaggio da comunicare, anche se “per accidens” esternamente non si capisce. Perciò nel versetto 13 si suggerisce di affiancare al glossolalo l’ermeneuta, che non è un traduttore, ma un conoscitore della potenza intrinseca del suono. Glossolalo ed ermeneuta può anche essere la stessa persona.
1 Cor 14: 14, 15
v. 14 “Se prego in altra lingua, prega lo spirito mio,
ma la mia intelligenza rimane infruttuosa”.
v.15 “Che dunque? Pregherò con lo spirito,
ma pregherò anche con l' intelligenza;
salmeggerò con lo spirito,
ma salmeggerò anche con l' intelligenza”.
Circa il carisma della glossolalia che cosa ci dicono questi due versetti?
Nel versetto 14 c’è l’espressione pregare in lingua.
C’è differenza tra il pregare in lingua ed il palare in lingua?
Uno sguardo al precedente versetto 2 ci fa uscire dal dubbio. Qui si ha, credo, proprio l’esplicitazione del προσεύχωμαι γλώσση, pregare in lingua, laddove si dice
“Chi, infatti, parla con il dono delle lingue, non parla agli uomini, ma a Dio”.
Ma che cos’è pregare, se non parlare a Dio?
Dunque, il parlare in lingua, a volte, può identificarsi con il pregare in lingua.
Il versetto 14 dà ancora un’altra pennellata alla descrizione della glossolalia. Ci dice, infatti, che ad essa partecipa solo lo spirito, ma la mente è assente, in qualche modo la glossolalia comporta l’estasi.
Ciò a Paolo non va bene. Egli, uomo tutto legato all’azione, non ha dimestichezza con la dimensione estatica dell’uomo. La preghiera, per Paolo, è legata all’azione, ed è essenzialmente comunitaria e deve edificare la comunità.
Nel versetto 15 l’apostolo si domanda:
“Che fare, dunque?”
E risponde:
“Pregherò con lo spirito, ma pregherò anche con l' intelligenza;
salmeggerò con lo spirito, ma salmeggerò anche con l' intelligenza”.
Il messaggio è che una cosa non esclude l’altra.
A conclusione ricordiamo che, ad esempio, un quadro, il quale ha certamente una funzione comunitaria, parte quasi sempre, se è un buon quadro, da un momento (lungo o breve) di solitudine e di estasi dell’artista. E più è stato profondo il momento di solitudine e di meditazione, più il quadro ha qualcosa da dire alle generazioni di oggi e di domani.
1 Cor 14: 16 - 19
Il versetto 16 contiene un periodo ipotetico e Paolo cerca di dimostrare la poca utilità per la comunità di pregare “in lingua”
“Altrimenti, se tu benedici soltanto con lo spirito,
colui che assiste in qualità di non iniziato
come potrebbe dire l’Amen al tuo ringraziamento,
dal momento che non capisce quello che dici?”
In questo versetto si ripete che il parlare “in lingua” comporta l’emissione di parole percettibili, solo in quanto suoni, ma non per la loro chiarezza e significato.
Il versetto 17 trae le conclusioni dal v. 16. Il glossolalo prega, e Paolo conclude: “Tu puoi fare un bel ringraziamento, ma l’altro non viene edificato”.
Il versetto 18 contiene una rivelazione di Paolo: anch’egli glossolalo, anzi più di tutti.
“Grazie a Dio, io parlo con il dono delle lingue molto più di tutti voi”
Sebbene Paolo non sembri essere un entusiasta della glossolalia, né, a mio avviso, potrebbe esserlo, considerato il suo stile di vita molto portato all’azione, non si tira indietro nel far osservare ai Corinzi che pure lui ha ricevuto da Dio questo dono.
Ciò nonostante, ordina nel versetto 19 che nell’assemblea si proferiscano parole, che colpiscano la mente e che non siano œν γλώσση (in lingua). Lo scopo di Paolo è sempre l’edificazione della Chiesa, e, in tale prospettiva, è necessario, secondo lui, di più l’istruire gli altri.
"Ma in assemblea preferisco aver detto cinque parole
con la mia intelligenza, per istruire anche gli altri,
piuttosto che 10.000 parole in lingua"
1 Cor 14: 21
Questo versetto riporta una citazione dell’Antico Testamento, precisamente: Isaia 28: 11
“Ebbene, sarà mediante labbra balbuzienti
e mediante una lingua incomprensibile
che il Signore parlerà a questo popolo”
Mi domando: se il Signore parla a noi in una lingua incomprensibile, non potrebbe la nostra risposta essere data in tale lingua?
1 Cor 14: 26 - 33
In questi versetti abbiamo delle regole pratiche sull’uso dei carismi in assemblea, in particolare della glossolalia e della profezia.
Paolo insiste sempre sull’uso dei carismi per l’edificazione della comunità.
“Che fare dunque, fratelli?
Quando vi radunate ognuno può avere un salmo, un insegnamento,
una rivelazione, un discorso in lingue,
il dono di interpretarle.
Tutto, però, si faccia per l’edificazione” (v. 26).
“Quando si parla con il dono delle lingue,
siano in due o al massimo in tre a parlare, e per ordine;
uno poi faccia da interprete” (v. 27).
“Se non vi è chi interpreti, tacciano nell' assemblea
e parlino a sé stessi e a Dio” (v. 28).
Ripetiamo in sintesi le regole che Paolo esige dai glossolali che prendono la parola in Chiesa:
1. I glossolali, che prendono la parola in assemblea, siano due od al massimo tre.
2. Parlino ordinatamente, uno dopo l’altro.
3. Ci sia uno che spieghi, che faccia capire alle persone, quanto detto da loro.
Non precisamente così avviene per la profezia:
“I profeti parlino in due o tre e gli altri giudichino” (v. 29).
Immediatamente, però, aggiunge:
“Tutti, infatti, potete profetare, uno alla volta,
perché tutti possano imparare ed essere esortati” (v. 31).
Per la profezia non si mette un limite. Ma anche nell’uso di questo carisma si mette un ordine. I profeti parlino “uno alla volta”.
“perché Dio non è un Dio di confusione, ma di pace” (v. 33).
1 Cor 14: 39 - 40
Paolo al versetto 39 esorta ad aspirare alla profezia, ma non impedite la glossolalia.
“Aspirate alla profezia
e, quanto al parlare con il dono delle lingue, non impeditelo”.
Ciò, tuttavia, non vuole suonare come disistima per il carisma della glossolalia. Esso è un dono di Dio. Solo che Paolo, come abbiamo ripetuto più volte, ha di mira l’ordine e soprattutto l’edificazione della comunità, che è opera di annuncio della Parola, esortazione, conforto; ed a questo scopo catechetico-missionario, secondo Paolo, la profezia è più adatta ed efficace.
L’apostolo termina il capitolo 14 col ricordare che, glossolalia o no, ciò che è importante è che
“Tutto si svolga decorosamente e con ordine” (v. 40).
A Conclusione di questo capitolo sulla glossolalia in Paolo, diciamo che:
La glossolalia è un fatto di linguaggio. È un modo di esprimersi, che acquista determinate precisazioni e concretizzazioni:
· È parlare a Dio (1 Cor 14: 2, 28)
· È pregare (1 Cor 14: 14)
· È benedire in spirito (1 Cor 14: 16)
Questo parlare a Dio, tuttavia, può diventare anche un parlare agli uomini, in modo particolare, nelle assemblee. Ciò avviene con l’aiuto dell’ermeneuta, che può essere il glossolalo stesso (1 Cor 14: 13) od un altro (1 Cor 14: 26 - 28).
Anche se esternamente nessuno ascolta, perché è “con il suo Dio che il glossolalo parla” (1 Cor 14: 2), oppure nessuno può comprendere perché “non sono pronunciate parole chiare” (1 Cor 14: 9), essendo la glossolalia paragonata al parlare come gli ubriachi e come i bambini (1 Cor 14: 20 - 26) o come chi sta in delirio (1 Cor 14: 22), nondimeno la glossolalia, non è un linguaggio irrazionale, ma razionale e logico, cioè ha un senso. Se è incomprensibile, lo è “per accidens” e non “per sé”.
La glossolalia non è un fatto di tutti gli uomini, ma è un dono dello Spirito Santo, che lo distribuisce a chi vuole nell’ambito della Chiesa.