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La glossolalia negli "Atti degli Apostoli"

Glossolalia  negli  Atti

 

Negli Atti degli Apostoli abbiamo diversi accenni al fenomeno glossolalico. In questo breve saggio considereremo soltanto tre pericopi che riteniamo più importanti e significative: 
                                 Atti 2: 5 - 21.   Atti 10:  44 - 47.   Atti 19:  4 - 6.

 

Atti 2: 5 - 21

Il capitolo 2° degli Atti possiede un’evidente unità redazionale, senza  escludere, però, che Luca, nella sua redazione, si sia servito di più fonti.

Ci limiteremo ad indicarne due: l’una d’origine semitica che viene denominata G (Gerusalemme) e l’altra d’origine ellenistica che viene denominata E.   Esamineremo questo lungo brano, ripartendolo in due gruppi di versetti:  da 5 a 13  e da 14 a 21.

 

Atti 2: 5 - 13

 

v.5                              “ Or a Gerusalemme soggiornavano dei Giudei,

                              uomini religiosi di ogni nazione che è sotto il cielo.

 

v.6                 Quando avvenne quel suono, la folla si raccolse e fu confusa,

                          perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua.

 

v.7                              E tutti stupivano e si meravigliavano,

                      dicendo: «Tutti questi che parlano non sono Galilei?

 

v.8         Come mai li udiamo parlare ciascuno nella nostra propria lingua natìa?

 

v.9                         Noi Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia,

                           della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell' Asia,

 

v.10                                   della Frigia e della Panfilia, dell' Egitto

                            e delle parti della Libia cirenaica e pellegrini romani,

 

v.11                                 tanto Giudei che proseliti, Cretesi e Arabi,

                     li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue».

 

v.12                                        Tutti stupivano ed erano perplessi

                       chiedendosi l' uno all' altro: «Che cosa significa questo?»

 

v.13              Ma altri li deridevano e dicevano: «Son pieni di vino dolce».

 

Questi versetti hanno uno stile particolarmente articolato e possiamo sottolineare che, nonostante gli sforzi di Luca di unificare il suo materiale in una unità di stile, permangono diversi indizi, i quali ci fanno pensare ad una diversità di fonti soggiacente al racconto.

Un indizio, che indica in modo evidente una pluralità di fonti, è nella differente presa di posizione dell’uditorio davanti al fenomeno della Pentecoste: un atteggiamento di stupore e meraviglia (Atti 2: 7, 12), oppure d’irrisione e di accusa di ubriachezza (Atti 2: 13).

La maggior parte degli esegeti riconosce almeno due racconti diversi dell’evento della Pentecoste che Luca ha cercato di fondere in uno solo, in una sola scena simbolica.

Ritengo che abbia un forte peso di probabilità la congettura che Luca scorgesse il miracolo non tanto nel parlare idiomi diversi, ma in senso passivo, cioè nel fatto che lo stesso idioma [potrebbe, anche, essere un idioma per accidens incomprensibile - suono] venisse compreso da coloro che ascoltavano e da ognuno nella propria lingua.

Tutto questo perché?

Luca vuole forse trasmetterci sulla glossolalia un insegnamento diverso da quello della prima lettera ai Corinzi?

Si ritiene che non fosse questa l’intenzione di Luca, ma che volesse piuttosto introdurci a una visione nuova del miracolo della Pentecoste, cioè che doveva essere all’antitesi del racconto della torre di Babele che troviamo in Genesi 11: 1 - 9.

Nella pericope della Genesi si rileva un movimento centrifugo, causato dall’intervento di Dio, in quello degli Atti si mette in evidenza quello centripeto. È interessante notare in ambedue i brani l’intervento di Dio: là per disperdere, qui per radunare.

La Pentecoste vuole segnare l’inizio del ritorno all’unità del Popolo di Dio e, come in Genesi 11 la dispersione è avvenuta per la confusione del linguaggio, così in Atti 2 l’unità si raggiunge mediante un linguaggio comprensibile per tutti i popoli.

[Chi non comprende il linguaggio di un bambino? Lo comprende, in egual maniera, un russo, un cinese, un italiano.]

 Ritengo, inoltre, che per la comprensione del mistero della Pentecoste abbia valore anche un riferimento al Sinai: dono della legge e rinnovamento dell’Alleanza. Possiamo anche notare degli elementi comuni in queste due manifestazioni di Dio:

·         Nella promulgazione delle dieci parole, Dio parla dal fuoco (cfr Deuteronomio 5: 23) e si avvertono tuoni lampi ed un fortissimo suono di tromba... Il monte Sinai era tutto fumante, perché il Signore vi era disceso in mezzo al fuoco (Es 19: 16, 18).

 

·         Atti 2: 2 “Improvvisamente si fece dal cielo un suono come di vento impetuoso, che soffia e riempie tutta la casa dov’essi erano seduti. Apparvero loro delle lingue come di fuoco, che si dividevano e se ne posò una su ciascuno di loro”.

 

Concludendo, credo che possiamo dire che il linguaggio usato dai predicatori della Pentecoste, per essere compreso da tutti, non ha bisogno di uno o più che lo spiegano, perché è l’intervento diretto dello Spirito Santo a renderlo comprensibile.

Dunque Luca ha interpretato la Pentecoste ed uno dei suoi segni più appariscenti, quale la glossolalia, come dono dello Spirito per l’unione di tutti i popoli.

 

Atti  2: 14 - 21

In questo brano viene riportata la prima parte del primo dei tre discorsi missionari di Pietro, tramandatici da Luca  [Atti 2: 14ss; 3: 12ss; 10: 12ss]. Questo discorso è ben strutturato con molteplici citazioni del V.T.

Il versetto 2: 15

 

“Questi non sono ubriachi, come voi supponete,

perché è soltanto la terza ora del giorno”

 

 riveste per la nostra ricerca un particolare interesse. Pietro, infatti, si rifà chiaramente al sospetto di ubriachezza nei riguardi dei predicatori della Pentecoste e sente l’obbligo di scagionarli.

Quantunque non siano ubriachi, essendo le nove del mattino, è loro accaduto qualcosa di eccezionale, che ha potuto dare questa sensazione. Che cosa? È ciò che l’apostolo intende spiegare nei versetti seguenti, riportando:  Gioele 2: 28 - 32

                                                           

“Dopo questo, avverrà che io spargerò il mio spirito su ogni persona: 
                         i vostri figli e le vostre figlie profetizzeranno,                                                                    
                                     i vostri vecchi faranno dei sogni, i vostri giovani avranno delle visioni.                 Anche sui servi e sulle serve, spargerò in quei giorni il mio spirito” (Atti 2: 17, 18).

 

Atti 10: 44 - 47

 

Questi versetti fanno parte di una lunga pericope, d’importanza decisiva per il cammino della Chiesa, cioè, l’ingresso ufficiale dei gentili.

Si parla, in questo brano, del Centurione Cornelio, che inizia il suo cammino di conversione dopo la visione di un angelo, che gli dice di invitare presso di sé l’apostolo Pietro.

Mentre i messi di Cornelio sono in viaggio, anche Simon Pietro ha una visione, che gli fa capire che nessun uomo va considerato impuro o contaminato.

Frattanto gli inviati di Cornelio arrivano a Ioppe, dove Pietro risiede, e la mattina seguente lo accompagnano assieme ad alcuni fratelli a Cesarea, dove Cornelio era di stanza.

Finalmente Pietro e Cornelio si incontrano e, dopo le convenevoli presentazioni, Cornelio spiega a Pietro la ragione per cui lo aveva fatto venire, soffermandosi sulle parole che l’angelo gli aveva rivolto.

Infine Pietro prende la parola e fa una breve ma esauriente sintesi del cammino della salvezza

 

“Mentre Pietro parlava così,

lo Spirito Santo scese su tutti quelli che ascoltavano la Parola.

E tutti i credenti circoncisi, che erano venuti con Pietro,

si meravigliarono che il dono dello Spirito Santo fosse dato anche agli stranieri,

perché li udivano parlare in lingue e glorificare Dio.

 

Allora Pietro disse: C' è forse qualcuno che possa negare l' acqua                              
                   e impedire che siano battezzati questi,                                                                             
che hanno ricevuto lo Spirito Santo come noi?”

 

Innanzi tutto notiamo che c’è la formula tipica della glossolalia:

 

“li sentivamo, infatti, parlare in lingue”

 

che, a nostro parere, indica il parlare estatico. Ciò lo deduciamo anche dalla frase che segue:


e glorificare Dio”
(10: 46),

 

Cornelio, cioè, e la sua famiglia, riempiti di Spirito Santo, in uno stato di entusiasmo, hanno inneggiato, magnificato, lodato Dio.

 

Non è da ignorare il fatto che i credenti circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che il dono dello Spirito Santo fosse elargito anche a degli stranieri, fatto incontestabile, poiché li udirono parlare in lingue, lodando così Iddio.

 

Atti 19: 4 - 6

 

Riportiamo, per dare al lettore un quadro esatto della situazione, l’intero brano (1 - 7) in cui si trovano i versetti che interessano specificamente la nostra indagine:

 

v.1                                 Mentre Apollo era a Corinto, Paolo,

                          dopo aver attraversato le regioni superiori del paese,

                                giunse a Efeso; e vi trovò alcuni discepoli,

 

v.2                 ai quali disse: «Riceveste lo Spirito Santo quando credeste?»

           Gli risposero: «Non abbiamo neppure sentito dire che ci sia lo Spirito Santo».

 

v.3       Egli disse loro: «Con quale battesimo siete dunque stati battezzati?»

                          Essi risposero: «Con il battesimo di Giovanni».

 

v.4                   Paolo disse: «Giovanni battezzò con il battesimo di ravvedimento,

                dicendo al  popolo di credere in Colui che veniva dopo di lui, cioè, in Gesù».

 

 v.5                Udito questo, furono battezzati nel nome del Signore Gesù;

 

v.6                            e, avendo Paolo imposto loro le mani,

                                      lo Spirito Santo scese su di loro

                              ed essi parlavano in lingue e profetizzavano.

 

v.7                                      Erano in tutto circa dodici uomini.

 

 

In questo passo si racconta l’inizio dell’attività di Paolo ad Efeso durante il suo terzo viaggio
(anni  53 o 54 - 58).

I versetti 1 - 7 ci riferiscono l’incontro di Paolo con un gruppo di dodici discepoli di Giovanni Battista. Questi discepoli, pur ritenendosi cristiani (quando credeste, o come si esprimono altre traduzioni, quando avete abbracciato la fede  v. 2), avevano ricevuto soltanto il battesimo di Giovanni e non avevano nemmeno sentito parlare dello Spirito Santo.

Dopo la catechesi di Paolo, vengono battezzati nel nome di Gesù.

Imposte, poi, su di essi le mani da parte di Paolo, ricevettero lo Spirito Santo e parlavano in lingue e profetavano (v. 6).

Notiamo che nel versetto 6 è presente la formula tipica della glossolalia “parlare in lingue” senza tentativi di reinterpretazioni postume.                       

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